giovedì 7 dicembre 2017

Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. REVENGE

Francia 2017. Al cinema dal 6 settembre.

Warning: il seguente pezzo può contenere anticipazioni su snodi e finale del film, tali da comprometterne la visione a chi ancora non lo conosce.
Jen si trova nel bell'appartamento dell'amante. È molto carina, provocante, veste succinta ma non per questo si concede a tutti. Si presentano due amici dell'uomo, ceffi non da piena fiducia, perché i maschi hanno intenzione di andare a caccia, sui loro veicoli, nei pressi del Grand Canyon in cui si trovano. La ragazza fa quel che sembra saper fare, intrattenendo e stuzzicando i tre con una danza al limite del rapporto sessuale, mozzafiato. Il giorno seguente uno degli “amici” vuole soddisfare il desiderio acceso, e forza la ragazza a un rapporto – il terzo uomo è un ciccione che si limita a non difenderla. Quando Richard, l'amante, torna, la sua volontà si rivela quella di mettere a tacere tutto, per evitare ogni grana. A costo di eliminare Jen. Così però si crea una grana ulteriore, perché lei non muore. La caccia degli uomini cambierà obiettivo, ma la fanciulla, passo passo e con buona pace della frustrazione degli altri, ha intenzione di ribaltare i ruoli di cacciatori e preda.
Protagonista Matilda Lutz già vista (fingiamo) ne L'estate addosso e scritto e diretto da una donna, Revenge è uno dei film che più si sono segnalati nella sezione “After Hours” e che più ha fatto “prendere bene”, come si suol dire, gli spettatori in vena di qualcosa di forte. Coralie Fargeat sfoggia un approccio “cool” a una storia che è all'incirca quella di un classico rape & revenge. Il film è una caramella per lo sguardo, inclusi gli stessi titoli, sparati a caratteri enormi a riempire lo schermo. Ma a parte questo, non è tanto il “cosa” a rendere il film riuscito, bensì un “come” in cui c'è di più. Perché a meno di non fare i ragionieri della sceneggiatura anche qui, e accettando l'andare sopra le righe e l'implausibilità di snodi come la sopravvivenza di una protagonista che dovrebbe decisamente essere morta, quel che si vede è un esordio nel lungo con una padronanza registica piena, a conti fatti clamorosa, sia per quanto riguarda la messa in quadro, in panoramico (esempi pescabili: quella luce riflessa nello specchietto da lontano, o Richard seduto sul sofà, momentaneamente e per poco da solo), che nella suspance e l'azione connaturate a una storia essenziale e selvaggia. Si diletta con un occhio di riguardo per il corporale (vedi l'insistenza sulle ferite, come nel lungo passaggio di lei che si cauterizza e riprende nella grotta – meno riuscito, subito dopo, il delirio che la vede passare da un incubo all'altro – ) e il repulsivo (una mela marcia, il particolare di bocca masticante), ma su questo comunque si tornerà fra poco.
Film di una donna, su una donna che si difende e vendica di alcuni uomini, nelle parole della regista vuole “simbolizzare la mutazione di un certo modo di rappresentare la donna al cinema”, agganciandosi a una tendenza in corso e, fortunatamente visto il risultato, con un vestito di genere molto robusto. Jen “troieggia”, ma per un tempo limitato; tempo che un uomo non rispetta, l'onda lunga della sua eccitazione richiede di essere soddisfatta. Perché adesso no? E perché io no?, chiede il violentatore. Quello che invece sembra il maschio alpha ma rassicurante, si rivela presto il più bastardo e freddo di tutti, in un modo quasi caricaturale (le reazioni, a muso e pugni duri, alle titubanze del “responsabile”), perché tutto va coperto e al gabbio non ci si vuole andare, punto. Mentre tra i due compari, di cui lo spettatore diffida da subito, lo stupratore prende presto paura, non vorrebbe partecipare alla “ricerca” e ha rimorso, mentre l'altro, meno rilevato, fa una fine da film dell'orrore. Essendo tutto già abbastanza “femminista”, comunque, quel “Le donne non devono opporre resistenza!” che è l'ultima cosa a uscire di bocca al personaggio dell'amante suona superfluo.
I personaggi fanno un giro completo, da fighetti a ferini – la rinascita di lei a “eroina” passa anche per un marchio sulla pelle, che però, con riuscita ironia, è quello casuale di un'aquila su una lattina di birra – e, per quanto riguarda la coppia iniziale, da vestiti con cura a nudi o quasi. E il cerchio si va a chiudere dove tutto è cominciato, tra salotto e corridoi di un appartamento chic, che va a lordarsi di sangue. Ecco, Revenge è un film sanguinoso, prima che violento – la violenza sessuale è appena mostrata, quello che conta è come ci si arriva, con le frasi melliflue maschili – . Dai corpi il sangue scorre copioso, e c'è quel passaggio del tizio che si estrae il vetro che è deliberatamente, divertitamente sadico, prima della seria resa dei conti dove sul sangue persino si scivola. Cazzuto, anzi: figo.
A.V.



Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. FINAL PORTRAIT


UK 2017. Al cinema dal 15 febbraio.

Siamo nel 1964, a Parigi, quando James Lord, americano scrittore e biografo di alcuni artisti, accetta di posare per Alberto Giacometti, praticamente amico oltre che pittore e scultore “di fama internazionale”. Dovrebbe essere questione di qualche sessione, di poche ore. Ma Lord si troverà incastrato nel processo di creazione artistica del mai soddisfatto, volubile Giacometti, transitando giorni e giorni per il suo atelier per quel quadro che sembra non possa essere finito.
Convenzionale, patinato, di maniera: il film scritto e diretto dal solitamente attore Stanley Tucci e basato su Un ritratto di Giacometti di James Lord è stato criticato così da alcuni. Ma a chi scrive sembrano giudizi che si fermano non oltre la superficie di un film più che dignitoso.
Final Portrait opta per una fotografia leggermente desaturata, tanto per renderci chiaro che siamo distanti nel tempo attraverso una “patina”. In ogni caso, l'uso di scorci, locali tipici e cose parigine varie, dai bistrot alle baguettes, è limitato; perché, è in questo il film è centrato e vincente, in buona parte stiamo nello studio dell'artista, introdotto con una sequenza in cui lui vi si aggira lungamente, toccando, spostando, preparando.
L'Alberto Giacometti del film fuma e beve come di prammatica e come un dannato, ma soprattutto è molto duro con la sua arte, oltre che con quella altrui (ha delle rimostranze su Picasso, mentre su Cézanne sentenzia: è l'ultimo grande pittore). Interrompe il lavoro sul quadro in continuazione, per motivi noti solo alla sua testa, ed è capace di affermazioni tipo “Quando la speranza è al massimo, mi sento perduto”, come dice al suo modello, lasciandolo ulteriormente senza difese. L'opera d'arte a cui lavora sembra andare oltre il suo controllo, e inquietantemente la si dice destinata a non avere una fine, a non poterla avere: e quindi dev'essere, abilmente, imposta.
Rush è perfetto, e se impersona in un modo non fuori dai canoni un artista arruffato e a cui è difficilissimo stare dietro, l'interpretazione comunque è viva e basterebbe a renderla degna di lodi il passaggio in cui Giacometti si mette a letto trasformandosi anche nel non verbale, mutando la sua inquietudine e l'incedere ingobbato nella stasi di un vecchietto malato e remissivo, tra le coperte. Ma anche gli altri attori e personaggi intorno sono degni di nota: Tony Shalhoub nei panni del fratello artista Diego, Clémence Poésy (vista in questo TFF anche in Tito e gli alieni) nella parte della giovane prostituta che è la passione di Alberto, Sylvie Testud che fa sua moglie, un po' rassegnata un po' non doma un po' amorevole. Hammer meno, ma anche perché è costretto nel ruolo, bel ragazzo sempre ben vestito e composto e testimone non intrusivo di un ambiente, oltre che contrapposizione ambulante dell'artista: l'uno immobile, o quasi, l'altro quasi mai.
Ma a conti fatti il film è interessante anche per la sua struttura. Diviso nelle giornate delle sedute al cavalletto, racconta però una tranche de vie dall'andamento piano, senza veri picchi; c'è una sequenza di “montage” per sunteggiare alcuni di questi giorni verso la fine, ma gli atti di una sceneggiatura tradizionale non si fanno notare. E il climax, quel che sblocca e porta a conclusione il “calvario” dei protagonisti, è repentino. Complessivamente, quindi, un lavoro godibile e migliore di quanto la scorza da biopic semi-d'essai per un pubblico tranquillo possa far presagire. Un poco di tremolio in meno nell'uso della macchina a mano sarebbe stato gradito.
A.V.

 

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. TITO E GLI ALIENI

Italia 2017. 
  
Valerio Mastandrea è un non molto probabile professore (senza nome: è chiamato il Professore, o “zio”, a seconda) che vive praticamente isolato in mezzo al deserto del Nevada. Tra il container che gli fa da appartamento e l'antro in cui sperimenta, sta trascinando da anni una ricerca per conto del governo degli Stati Uniti, al fine di comunicare con altre forme di vita nello spazio. Crucciato dal non essere più riuscito a captare nuovamente un segnale dalla moglie morta tempo prima, il Professore è abituato giusto agli incontri con la giovane assistente Stella, finché gli capitano tra le gambe due nipoti, fratello minore (Tito) e sorella maggiore, figli dello zio defunto che gliene ha annunciato l'arrivo con un video. La vita del Professore si fa più disordinata, ora che deve badare ai due: senza contare che Tito si impiccia nei suoi esperimenti, perché ha la fissa del parlare col padre – e usa farlo attraverso una fotografia su uno smartphone – , e sul lavoro del Professore incombe un ultimatum dei militari (che sono “da cinema”, di ghiaccio, non malleabili).
Scritto e diretto da Paola Randi (il cui lungo precedente è Into Paradiso: non visto, ma a leggerne la trama si trovano delle analogie, a cominciare da un protagonista scienziato), Tito e gli alieni è passato in “Festa mobile” ed è stato accolto come una piccola sorpresa. Qualche motivo c'è.
I sostenitori della perenne “rinascita” italica qui potrebbero trovare un poco di pane per i loro denti, in questo film con un uso superiore al solito, per un lavoro italiano, di effetti speciali. Anche se il colore è quello di una commedia, anzi quasi una commedia per ragazzi, oltre che “con”. Mastandrea non è protagonista assoluto, ci mette un poco ad entrare in scena e un altro pezzo ad aprire realmente bocca e il film si dedica abbastanza pure ai due ragazzini, invero non sempre simpatici perché la napoletanità non equivale necessariamente a risata, e le cui uscite dialettali non sempre sono comprensibili (ma non per questioni culturali... ma di dizione e audio: signori del cinema italiano, qualche volta non si capiscono le battute dei vostri/nostri film. Al TFF lo si è notato anche in Blue Kids). L'attore romano fa quello che gli riesce meglio: un personaggio di uomo insicuro, goffo, spalmando la sua naturale carica di simpatia in diversi momenti che strappano il sorriso. E il film va avanti così, tra un po' di humour, un po' di tenerezza e di malinconia, condito dalla componente di vitalità giovane e regionalistica dei due nipoti (ma anche Mastandrea sfoggia un accentello napoletano, con risultati accettabili) e puntellandosi con un deciso uso di (belle) canzoni, compreso un Chet Baker. Ma tutte queste componenti insieme, mettendoci anche gli spettacolari panorami naturali – e non: l'antro segreto del professore, con il robot “Linda”... – , lasciano un che di amaro in bocca, perché si bolla presto il film come “carino” ma con carte limitate da giocare, che sono quelle già messe sul piatto, e poco da dire.
Nell'ultima parte si fa più movimentato, seguendo in parallelo i personaggi che si muovono verso l'Area 51 (sic), e poi ecco che ti frega: perché quando si giunge all'accarezzato, rimandato, finora fallimentare esperimento, tocca corde tali, andando a chiudere il tema del comunicare con chi non c'è più, che è arduo non emozionarsi. Lì diventa più chiaro che questo filmetto ha le sue ambizioni non solo a livello di confezione (con una fotografia leggermente accesa) e di flirt con qualche “genere”, ma perché parla di cose ultime in un modo efficace, che sarebbe ipocrita non riconoscere (e non saranno stati casuali i soffiamenti di naso in sala negli ultimi minuti). Si spinge tanto in questa direzione che poi si sente di correggere con una nuova nota umoristica. Certo, il tutto richiede una certa sospensione di incredulità, ma un piccolo segno lo lascia.
A.V. 

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. A TAXI DRIVER

Tit. or.: Taek-si-un-jeon-sa. Corea del Sud 2017. Di Jang Hoon.

Corea del Sud, 1980. Man-seob fa il tassista a Seoul, e intorno a lui ci sono avvisaglie di un clima difficile, con manifestazioni contro il recente colpo di stato. Cogliendo la possibilità di un affare, si propone come autista a Peter, reporter tedesco determinato ad andare nel cuore di quel che sta accadendo, ovvero nella cittadina di Gwangju: tagliata fuori da tutto e militarizzata, vi è in corso quella poi nota col nome di Gwangju Uprising, con un sacco di persone impegnate in proteste. Arrivati, con difficoltà, alla cittadina, la trovano desolata ma si legano a un giovane militante, prima di conoscere altre persone in loco. Testimone di una repressione brutale e cieca, Man-seob vorrebbe tornare indietro, e sprona in tal senso il giornalista. Poi subentra in lui la necessità dolorosa di restare.
Grandissimo successo in Corea del Sud (è diventato il decimo film nazionale più visto là), che l'ha proposto come suo concorrente all'Oscar per il miglior film straniero, A Taxi Driver è stato comunque, a quanto si è colto, ben apprezzato anche nel piccolo del festival. Ed è un “filmone” per il pubblico, popolare, più che per il cinefilo, che può goderne ma storcendo un poco il naso.
La sua forza si basa sul terribile passaggio storico nei cui giorni è ambientato. Gwangju divenne un confinato laboratorio di repressione, anzi si direbbe di eliminazione di una parte del popolo (ci restarono circa 600 persone, pare). L'approccio per raccontare questa pagina nazionale di abbandono alla violenza è diretto; non siamo dalle parti di un Larrain, che a chi scrive è balenato in mente (Post mortem) vedendo le immagini dell'ospedale che sembra un macello, pieno di feriti, morti e sangue, ma tra questo e i soldati in posizione che, in una sequenza abbastanza incredibile e frustrante, verso la fine, falciano sistematicamente chi capita nel loro raggio di tiro, difficile che un pensiero non vada a quanto può essere bestia, e massacratore assurdo dei suoi simili, l'uomo.
Pazienza per quella componente di retorica, comprensiva di proiettili che bucano gambe e vetri al ralenti. D'altronde il film rende “cinematografico” e spettacolarizza il suo tutto: il capo del servizio segreto è uno di quei tipi torvi e serissimi, sicuro di sé e aduso alla violenza, magari elargita a scatto dopo attimi di stasi; se l'esercito rappresentato nel film si abbandona a sadici pestaggi degni della malavita, lui sembra un gangsterello. Ma in due ore e passa che divertono, emozionano, lasciano sgomenti, c'è spazio d'altronde anche per un multiplo inseguimento su quattro ruote.
Il protagonista è da subito rappresentato come lamentoso e insensibile ma simpatico, e nelle sue parole già si vedono i germi del futuro ripensamento sulla madrepatria: dal ritenere che quegli scioperati dei manifestanti dovrebbero invece ringraziare di vivere dove è loro toccato, al non riuscire a ignorare le bassezze del potere cui ha assistito. Si è presto dalla sua parte, un poco meno da quella del reporter: anche per via della sua carica, a livello di performance vince Song Kang-ho (attorone, che si è visto anche in alcuni film sudcoreani acclamati pure qui, di Park Chan-wook e Bong Joon-ho) rispetto a un giusto ma senza guizzi Thomas Kretschmann.
Tra i valori ribaditi dal film, il dovere della testimonianza – filmata: il reporter finché può ha sempre la camera in mano, e a un certo punto sarà il tassista a spronare l'altro, mentre entrambi si sentono provati, a riprendere in mano quello strumento: ulteriore passaggio della presa di coscienza da parte di un uomo che si è cacciato in una parte andata in malora di un mondo del quale si fidava. A Taxi Driver è solo secondariamente, però, la storia di un'amicizia: questo aspetto emerge di più sul finire del film, tra il congedo dei due e la coda col video del vero giornalista. Già, perché quanto abbiamo visto è basato su una storia vera anche per quanto riguarda i personaggi: sono realmente esistiti “quel” tassista e “quel” giornalista, e parecchi anni dopo il reporter Jürgen Hinzpeter ha provato a rintracciare pubblicamente chi lo accompagnò in quei giorni, senza successo. Il film si chiude così, ma navigando si aggiunge un tassello: dopo l'uscita, il figlio del “taxi driver” ha confermato l'identità del padre e rivelato che morì nel 1984. 
A.V.


Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. HARPOON

Tit. or. Arpón. Argentina/Venezuela 2017. Di Tom Espinoza.

Arguello, uomo sui 50, fa il preside e ha un pallino: controllare che non ci sia nulla di pericoloso negli zaini degli studenti. Cata, ragazzina che si ribella ai suoi controlli, viene sospettata di aver utilizzato una siringa ritrovata a scuola, e a ragione: con essa, si inietta (e inietta alle compagne che vogliono) una sostanza oleosa nelle labbra per renderle più evidenti. In seguito a un rapido ricovero, Cata dovrebbe essere riportata a casa. Si offre di farlo Arguello, ma i genitori di lei non si trovano. Adulto e ragazzina, prima ai ferri corti, si trovano quindi a condividere più tempo del previsto, in compagnia anche della prostituta-amante di lui, Mica. Ma a un tratto le due non si trovano più. L'uomo va nel panico, e si mette a cercarle estremamente determinato: la sua situazione a scuola è già molto precaria e la ragazzina era sotto la sua responsabilità.
Esordio nel lungometraggio proposto in concorso, Harpoon si presenta con due componenti stilistiche, estetiche fondanti. Una fotografia resa pallida, nella quale i neri più intensi si fanno grigi, e una macchina da presa che nel formato panoramico privilegia il seguire i personaggi da vicino (non vicinissimo) e i primi piani – efficace, in tal senso, il passaggio in cui il preside mette alle strette Cata e compagne – , talora muovendosi rapida tra un volto e l'altro, come in certi confronti a due.
Protagonista è un uomo che si autodefinisce “stanco”, il cui destino segnato è dover lasciare il suo lavoro, e intanto comunque sbaglia ogni mossa: quelle professionali ed educative, perché la sua fissazione di controllore, spinto dall'intento di “pulire” un po' la sua scuola, è ormai malvista e da lui gestita non molto bene quanto a reazioni, e anche quella che, peccando di superficialità, gli fa poi perdere di vista la studentessa.
La visione dei giovani non è buonista: tra loro e gli adulti c'è un muro comunicativo che fra il preside e Cata, a metà film, sembra felicemente rivelarsi meno invalicabile di quanto sembrasse – in macchina, finalmente lei si apre, inizia effettivamente a parlare, a recriminare, a confessarsi sul peso di sentirsi inadeguate a un'immagine ideale, quella che porta i like, e anche a ridere – , poi questo si rivela solo una parentesi. Gli insegnanti li considerano come un grande gruppo chiuso, i cui componenti si intendono tra di loro e comunicano scambiandosi video. In effetti anche noi non siamo quasi mai messi a parte di quel che si dicono i ragazzini e le ragazzine che incrociamo. E che filmano tutto, con gli smartphone realisticamente messi davanti a loro di fronte a ogni accadimento ritenuto degno di testimonianza. “Fumano, scopano...!”, si lamenta il preside di fronte a un ispettore esterno, e i professori riuniti parlano del loro essere ribelli senza causa, ribelli sì ma per cosa? Nel finale comunque c'è una luce di speranza, col discorso discutibile ma ben espresso di una studentessa pasionaria.
Film drammatico che sembra virare al thriller (la ragazza che sparisce, la sua ricerca che passa pericolosamente per un pappa...), con repentini accessi di violenza, conta su di un protagonista, Germán de Silva, molto bravo e naturale; ma sono bravi tutti, e tutte, compresa l'impetuosa collega che lo difende a denti stretti finché può (Ana Celentano), e la “puta”. Per gli haters della messaggistica da cellulare al cinema: qui sono utilizzati un paio di volte, ma non hanno un ruolo significativo.
A.V. 

 

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. FIRSTBORN



Tit.or.: Pirmdzimtais. Lettonia 2017. Di Aik Karapetian.

L'apparentemente mite Francis, “il tipo dell'intellettuale” si sarebbe detto una volta, smilzo e con gli occhiali, è sposato con la bionda Katrina, donna onestamente più affascinante di lui. Una notte, rincasando, la coppia subisce l'aggressione di un silente ragazzo in moto, che molesta la donna senza che il marito riesca a evitarglielo: ci prova, ma viene steso. Dopodiché, chi non digerisce l'accaduto non è lei, ma lui, che si interroga sul suo ruolo, l'efficienza, i doveri di un maschio accoppiato che vuole continuare a farsi amare. Tanto da non resistere e andare a scovare e affrontare l'arrogante delinquente, provocandone però senza volerlo la morte. Tace l'accaduto, ma dubbi e gelosie, come quella per l'amico poliziotto di lei, non gli passano. Forse il tizio non è morto. La situazione di coppia si fa tesa, nonostante lei sia incinta. Francis sente di dover fare ancora qualcosa.
Firstborn “scava […] nelle paure maschili”, come scrive la sinossi sul programma. Lo spunto in effetti è notevole e allettante: e parliamone un po', di questo essere maschi e dei fardelli che comporta, nel rapporto con l'altro sesso o meglio, nella triangolazione con gli altri, di maschi. Perché si sa, l'uomo che possa dirsi tale deve essere in grado di proteggere la sua donna e tenersela, oltre che occuparsi dei problemi come da patto neanche tacito (che la moglie rammenta al protagonista), mentre incombono maschi apparentemente più virili e prestanti (e quindi attraenti, pericolosi) intorno, compreso qui un aggressore virile nel fare più o meno quello che vuole – e quel che non gli riesce e non fa, agli occhi di Francis lo fa lo stesso: e vai di incubi in cui l'altro si stringe in amplesso con la sua donna – .
Peccato quindi che questo film proposto in “After Hours” sia parzialmente deludente. Chiaro (sin troppo?) fin dall'inizio nel girare intorno al tema centrale, tra allusioni e simbolismi (lo spettacolino in maschera, la statuetta del “guerriero inadempiente”, il credibile racconto di lei sull'ex corteggiatore), prima di arrivare al fattaccio, è promettente come minimo fino a quando il protagonista va in solitaria a ritrovare l'aggressore. Più avanti però, da quando Francis che ormai sta perdendo la padronanza di sé spinge la moglie ad andarsene, il film perde qualcosa. Il reale, il simbolico, il paranoico si mescolano in modo un po' frustrante (tra l'aggressione a lui, la richiesta-ultimatum di lei “O quell'uomo o il nostro bambino”), la regia continua a cercare estetismi (l'appartamento in rosso, durante la seconda aggressione alla donna), e la fruizione risulta appesantita. Firstborn va in una direzione più o meno horror, atmosferico, cupo anche se talora innevato; la regia però non marca particolarmente il genere, nonostante cerchi la densità con movimenti di macchina lenti o avvolgenti, e bassi in colonna sonora. In definitiva il film si spinge fino in fondo, però lasciando qualcosa di amaro in bocca per la piega presa: forse si sarebbe visto più volentieri uno sviluppo diverso, thriller ma dal guscio più realistico.
A.V. 

Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. MOST BEAUTIFUL ISLAND

Usa 2017.

Warning: il seguente pezzo può contenere anticipazioni su snodi e finale del film, tali da comprometterne la visione a chi ancora non lo conosce.
Luciana è un'immigrata, una spagnola che vive a New York e ha seri problemi economici. Nonostante qualche piccolo, frustrante lavoro (volantinare vestita da pollo, badare a dei bambini insopportabili), i soldi per l'affitto scarseggiano, quelli per un'assicurazione sanitaria non ne parliamo (estorce con difficoltà una visita). Un'amica dell'est la coinvolge proponendole un modo di guadagnare veloce e straordinariamente semplice, sostiene lei: basta presentarsi, vestita in tiro, a una sorta di ricevimento in cui sei pagata solo per presenziare. Luciana accetta, ma questo comporterà l'addentrarsi nel ventre della metropoli accedendo a una realtà segreta, viziosa e molto pericolosa.
Ana Asensio, classe 1978, è una attrice spagnola da pochi anni attiva in Usa, che qui esordisce nella sceneggiatura e nella regia (oltre a figurare tra i produttori). Girato in un Super16 onestamente rinfrancante per l'occhio, Most Beautiful Island è un film riuscito, il percorso di una donna in una metropoli che offrirà pure tante possibilità, come retorica vuole, ma nel raggio di queste opzioni, se si vuole tirare avanti, c'è l'affrontare un incubo misterioso.
Introdotta al nostro sguardo da una macchina da presa che prima ha “spiato”, seguito e abbandonato altre donne in movimento per le strade, Luciana ci fa un po' da Cicerone attraverso una New York realistica nel suo essere affollata e nervosa, e già così cattura il nostro interesse. La donna si avvia man mano alla meta tra un preparativo e l'altro: tra una vestizione, un pagamento mancato e la tappa di un incontro necessario per avere informazioni ma non certo rassicurante. Prima di rinchiudersi, senza possibilità di uscire e tornare indietro, tra squallide mura, in piedi e in attesa, a poca distanza da non si sa cosa, insieme ad altre malcapitate "compagne" più o meno avvezze. Il film crea una pesante tensione con poco, forte di quel che né la protagonista né noi ancora sappiamo, tantomeno vediamo. E quando ci si arriva, si rivela un semplice gioco, banale e terribile, per il diletto di altri, nel quale in effetti non bisogna fare praticamente nulla, solo affrontarlo, subendo – e un passaggio precedente, apparentemente un po' gratuito, si rivela invece un indizio, oltre che simbolico – .
Con questo non si intende dire che Most Beautiful Island si risolve in un gioco. È convincentemente politico, contemporaneo (senza didascalismi: stia tranquillo chi salta sulla sedia all'idea che un film gli dica qualche cosa), permeato da una visione amara del melting pot, composto da sfruttatori e sfruttati che vanno a mettersi in gara fra loro, per bisogno. È straniero il cinese rude e sbrigativo che la indirizza dove deve, come la cerimoniosa, formale, melliflua maîtresse del “gioco”, come la cinica, determinista pseudo-amica, che crede ognuno abbia quel che si merita; e quando un personaggio le dà una strigliata, ecco che la protagonista si becca un “puttana immigrata!”. Gli spettatori, i partecipanti alla serata fanno invece parte di un'altra razza, quella dei cosiddetti “annoiati”. Luciana esce da quel luogo, e infine può rilassarsi. Per questa volta, alla nostra eroina alle soglie della povertà è andata bene.
Appunti in coda. Il primo riguarda una questione personale di sguardo etero. Rispetto alla "gara" della protagonista, funziona meglio quella dell'amica, subito dopo, più epidermicamente sgradevole e forte del mettere in gioco entrambi i personaggi. Quando è il turno della Asensio, siamo al climax del film (o quasi) ma è anche il momento di un atteso topless che, notevole, colpisce lo sguardo creando un'interferenza che rischia di distrarre dalla tensione di quel che segue. Poi, chi scrive ha pensato inizialmente di aver sbagliato sala, non essendo abituato ad associare il logo Orion a film nuovi (oggi è solo sussidiaria della Mgm, informa Wikipedia). Larry Fessenden è tra i produttori e partecipa anche da attore.
A.V.