lunedì 7 dicembre 2015

Festival ed eventi vari. 33 TFF, 21-29/11/2015. LA FELICITA' E' UN SISTEMA COMPLESSO

Italia 2015. Di Gianni Zanasi. In sala dal 26 novembre.

Enrico (Valerio Mastandrea) ha un lavoro più unico che raro: persuadere i manager irresponsabili a lasciare le aziende. Quando la coppia di dirigenti della multinazionale in crisi Lievi scompare improvvisamente, il delicato ingresso nel cda dei figli - il giovane, inesperto e idealista Filippo e la giovanissima Camilla – è seguito da Enrico da vicino. Questi intanto, a un livello personale ma che va a tangere anche l'aspetto lavorativo, ha a che fare con una misteriosa ragazza straniera dal nome impronunciabile che il fratello, scaricandola con irresponsabilità, gli fa trovare in casa.
A otto anni di distanza da Non pensarci Zanasi torna a un lungometraggio con un film di stile, toni e poetica riconoscibili ma al contempo con qualcosa di diverso e cambiato. La felicità... spesso sembra restio a essere una commedia. Non riesce a fingere di non essere in tempi di crisi, di aziende che rischiano, di delocalizzazioni e di persone che non capiscono che futuro avranno. Con tutto questo bello scenario, è come se ci fosse poco da essere spensierati. E il passo del film si adegua, complessivamente lento e pensoso, persino al limite della noia. Non c'è molto da ridere, sembra dirci il film; ma regolarmente lo si fa lo stesso, perché con regolarità Zanasi si affida alla consumata naturalezza comica di Mastandrea.
All'ispirazione nobile comunque non corrisponde un risultato all'altezza. Ci sono dei problemi nella faticosa presentazione dei personaggi minori, Filippo dovrebbe essere studente universitario ma ha parole e atteggiamenti da ragazzone capitato lì da chissà dove e, legato a questo, lo scontro tra ragioni del mercato e l'ingenuità ed estraneità ad esso, che dovrebbe sottolinearne la mancanza di fattore umano, è trattato in modo molle e semplicistico. Questo senza contare lo strano lavoro del protagonista e la scarsa chiarezza di quel che effettivamente fa, aspetti su cui converrebbe chiudere un occhio.
Se la freschezza solita del regista c'è meno, c'è sempre lo sguardo simpatetico e fiducioso verso i giovani, lo sfacciato gusto di girare, di muovere la macchina, di mettere in scena inserendo canzoni scelte e inserite in modo non casuale, a costo di creare sequenze al limite del fine a sé stesso o comunque non di movimento narrativo (come quella coi ragazzi in skate verso la fine). D'altronde, congruamente alla sua anima, non è qui che va cercato uno script di ferro, anzi: il film può essere paragonato a dei grandi puntini di sospensione, tantopiù alla luce di un finale -anzi, di un doppio finale, considerati i due piani, il futuro dell'azienda e il rapporto tra Enrico e la fanciulla- molto aperto e sospeso, di quelli che sicuramente il pubblico medio non gradirà. E che però, saldandosi con una memorabile sequenza di congedo sui passi di Michael Jackson (sic), ha una malinconia che resta e in cui non dovrebbe essere difficile riconoscersi.
Hadas Yaron, 25enne israeliana già vincitrice di alcuni premi, tra cui quello per l'interpretazione in Félix et Meira al TFF 2014, è ottima, bella e fresca: il suo personaggio conquista anche per la simpatica svagatezza che però talora prende in contropiede. Battiston poco rilevato.
Alessio Vacchi


Festival ed eventi vari. 33 TFF. QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

Tit.or.: Me & Earl & the Dying Girl. Usa 2015. Di Alfonso Gomez-Rejon.

Greg è un insicuro liceale il cui principale hobby è girare, con l'amico Earl, dei remake parodici di noti film. Come racconta lui stesso in voice over, ciò che cambia la sua vita è l'amicizia, inzialmente forzata, con una ragazza che frequenta la sua scuola, ammalata di cancro. Un rapporto senza speranza che però inevitabilmente lascia a Greg dei segni e un'influenza forte, in un certo senso trasmettendogli sicurezza e maturità.
Film pseudo-indie “alla Sundance” (dove ha ricevuto i gran premi della giuria e del pubblico), Me & Earl... è un lavoro che ha tutte le carte in regola per piacere e infatti è stato molto gradito, a quanto si legge in rete. Su questa consapevole piacevolezza, che non lo è di meno per il suo includere anche note aspre, è però il caso in sede critica di mettere qualche puntino. La commedia dolceamara del 43enne Gomez-Rejon (il cui esordio nel lungo era stato il remake di The Town that Dreaded Sundown) piace facilmente, si diceva, e si comprende che vuole farlo, mascherandolo appena. Quanto funziona questo mascheramento dipende da quanto si è sgamati, e/o da quanto si è disposti ad accettarlo. Comunque sia, a occhi un po' esperti il film appare costantemente pensato, una tela colorata stesa con esibita disinvoltura -e con una tavolozza illuminata in modo palliduccio, con luci che entrano dando morbidezza, che fa parte del pacchetto- di cui però si scorge sempre l'ordito. Nonostante gli vada riconosciuta una dose di originalità (anche visiva, perché nonostante l'aria blandamente wesandersoniana, il chiedersi sempre dove mettere la mdp invigorisce) e non sia certo un guscio vuoto, il film è al contempo un meccanismo di cui lo spettatore un po' esperienzato intravede i fili. E questi fili – o questo ordito – in alcuni aspetti e momenti sono più evidenti che in altri: i personaggi del tatuato e “combattivo” professore di storia e quello dello sciallatissimo padre di Greg sanno troppo di originalità cercata a tavolino, mentre le estenuate sequenze finali, di morte, lutto e scoperte postmortem, non è che non funzionino, ma quello che arriva oltre all'emozione è la coercizione alla commozione dello spettatore, che “deve” emozionarsi. Anche ad elementi simpatici-e-bizzarri come i filmini che i due ragazzi girano in continuazione bisogna un po' sforzarsi di credere, e non convince il barare con lo spettatore, da parte del narratore-protagonista, su una questione centrale nel film. Non male, invece, l'animazione che simboleggia l'impatto di una ragazza attraente (Madison, oggetto del desiderio di Greg) sull'”indifeso” maschio con cui interagisce.
Chi scrive non l'ha detestato né è stato preso da attacchi di cinefilia militante, ed è anzi cosa facile il consigliarlo; ma il paradosso è che il film forse sarebbe stato più riuscito, o perlomeno si sarebbe levato di dosso le perplessità spiegate sopra, senza questa impostazione di piacioneria camuffata per persone ironiche e intelligenti. Musiche di Brian Eno. Piuttosto brutto il titolo italiano, che ricorda quello di una vecchia trasmissione con Villaggio.
A.V.


Festival ed eventi vari. 33 TFF. JOHN FROM

Portogallo 2015. Di João Nicolau.

L'adolescente Rita si interessa e infatua dell'inquilino del piano di sotto, un bel fotografo, con figlia piccola a carico, che sta esponendo le sue immagini sulla Melanesia al centro culturale locale. L'immaginazione della ragazza e le velleità di conquistarlo plasmeranno il suo tempo e il suo mondo, nel corso di una calda estate condivisa con un'amica, Sara.
“John From” è una figura oggetto di culto in uno stato oceanico e potrebbe venire dall'indicare come “John from America” i soldati di stanza lì nel secondo conflitto mondiale, come spiega Rita quando affibbia questo soprannome all'oggetto del suo desiderio. Un personaggio meno definito, che sta sullo schermo (lei, invece, è quasi sempre in scena) in quanto visto da lei e attraverso i suoi occhi. Le due amiche condividono partecipazioni a feste, sessioni di pettinature e cazzeggi a base di ascolti musicali in camera, oltre che comunicazioni segrete fatte di bigliettini nascosti in ascensore e, da un certo punto, prove di approccio condominiali.
Il film impiega tempo a carburare e ha momenti di stanca, di apparente inceppo, sebbene scusabili con la noia assolata dell'atmosfera in cui è calato, e la cui pigrizia fa un po' sua. Ma vale la pena di seguirlo, ché poi cresce e conquista. In un percorso lento ma che si fa inarrestabile, passando per indizi, magie e nonsense (una lettera che si fa notare svolazzando, una macchina rubata che ricompare all'improvviso), giunge a virare felicemente, con naturalezza e senza giustificazioni ulteriori, nel surreale, ma un surreale integrale, che investe tutto. L'universo in scena, e i suoi personaggi, subiscono un contagio e si fanno sempre più melanesiani. Verde e spiagge sopraggiungono, quel che di strano succede, semplicemente succede e il film diventa davvero della sua protagonista, che ha il permesso e il potere di cambiare la sua vita e ciò che ha intorno. Col sorriso e senza sottolinearsi, John From fa fare da padroni alle ragioni del cinema, inteso come creazione e come magia, e della giovinezza con la sua fantasia. Se l'essere ancora giovani non sembra privo di lati negativi, se il proprio mondo non è all'altezza di quel che si vorrebbe, lo si ricrea, a 360 gradi. Senza che nessuno alla fine si risvegli, perché, appunto, è un film. Un vaffanculo alla realtà reso possibile dalla libertà del cinema, che si chiude con la Lambada (sì, quella del 1989).
Il feeling visivo sembra, confortantemente, quello della pellicola (anche se riportato in digitale), ma lo scrivente non trova conferme. Júlia Palha (Rita) ha nel resto del suo ancora scarno curriculum della tv, mentre il regista, tra le altre cose, il montaggio di L'estate di Giacomo di Alessandro Comodin. Del tutto ignorato dal palmarès del festival, uscirà in patria a marzo: chissà se e quando John From tornerà da queste parti.
A.V.

Festival ed eventi vari. 33 TFF. TREASURE

Tit. or.: Comoara. Romania/Francia 2015. Di Corneliu Porumboiu. 

Costi, tranquillo padre di famiglia, riceve una proposta dal vicino Adrian, in difficoltà economiche: in cambio di un prestito di denaro, se Costi lo aiuterà a cercare, nel giardino della vecchia casa dei nonni, un tesoro nascosto prima dell'arrivo del regime, gli darà metà del valore di quanto eventualmente trovato. Con l'aiuto di un “esperto” di metal detector, con cui Adrian presto battibeccherà per la scarsità di rendimento, si mettono al lavoro e in qualche modo verranno ripagati.
Per raccontare questo, Porumboiu, che scrive e dirige, avrebbe potuto (magari...) premere un po' sul pedale della commedia e tenere in maggiore considerazione lo spettatore. Invece, sceglie la strada della massima quietezza, sotto la quale c'è un realismo-minimalismo lievissimamente venato di quella stralunatezza in cui possono presentarsi le cose della vita. Quietezza anche recitativa, con attori estremamente controllati (a costo di risultare in questo modo insapori, come Toma Cuzin-Costi; meno Adrian Purcarescu-Adrian, il cui personaggio ha un carattere più difficile) e visivo-cromatica, con fotografia tranquilla e inquadrature lunghe. Purtroppo, la quietezza intenzionale si concretizza in piattezza.
Comoara è francamente troppo tenue, una visione in cui ci si può ampiamente distrarre senza perdersi niente di particolare, soprattutto nell'interminabile parte centrale della ricerca del “tesoro”, senza contare il rischio noia a livelli di guardia. Certo, si può -e si è fatto: chi scrive è in assoluta minoranza e il regista, che non è uno sconosciuto per i cinefili, ha pure vinto il premio “A certain talent” a Cannes- scavare (sorry) nel film per coglierne quel che ci sarebbe sotto la totale limpidezza di quanto si vede sullo schermo; ma, per esempio, le allusioni al passato di un paese che torna a galla o il fatto che Costi legga Robin Hood al figlio sono agganci e scavi (sorry again) teorici che non bastano a compensare l'esperienza spettatoriale, come non lo è il possibile collegamento con quel che fa Kaurismaki, né gli avari sorrisi.
Non sono comunque male gli ultimi minuti, in cui il frutto della ricerca si risolve da parte del protagonista in un gesto “politico” (alla Robin Hood...), e comprensivi della cover dei Laibach di Life is life, che quando parte, scuotendo il film in modo autoironico, fa pensare che un pizzico più di quella grinta la si sarebbe vista volentieri trasfusa nel film fino lì. Su un film così esposto, trasparente, fragile nei suoi difetti, magari voluti ma che risultano tali, non è comunque il caso di infierire.
A.V.

Festival ed eventi vari. 33 TFF. THE WAVE

Tit. or.: Bølgen. Norvegia 2015. Di Roar Uthaug. 

Il geologo Kristian -con moglie che lavora in albergo, figlio adolescente e figlia piccola- sta per trasferirsi dalla cittadina turistica in cui vive e lasciare il lavoro. Ma si accorge che una frana montana, che causerà uno tsunami, è in arrivo: la priorità diventa persuadere dell'allarme gli scettici colleghi, fuggire insieme a chi riesce a gambe levate e poi ritrovare, sperando siano ancora vivi, pezzi di famiglia.
Quando si entra in sala con aspettative medie e non se ne esce più, ma neppure meno, appagati. O per spiegarla meglio: se la domanda è come fanno un disaster-movie gli europei (secondo alcune fonti è il primo per la Norvegia), la risposta è relativamente deludente. The Wave è un blockbuster medio, un film da pubblico; il che ovviamente non è una colpa, e quando finalmente la tensione aumenta e il disastro si presenta, quando la spettacolarità inizia, tiene sulla sedia. I protagonisti sono “belli” e accattivanti, a cominciare dal papà giovanile in camicia - perlomeno ci è risparmiata la love story tra il figlio della coppia e la ragazza receptionist, che a un certo punto il film pare minacciare - , e lasciano tiepidi, anzi nella prima parte si fa un po' fatica a provare interesse per il tutto. C'è un nucleo familiare la cui ricomposizione va per le lunghe e infine si compie a prezzo di un momento di “resurrezione” che spinge al sorriso.
Ecco, forse c'è un po' più di “sporcizia” di quanto ci si potrebbe attendere da un prodotto similare degli States, e il pensiero va anche alla scena dell'uccisione di un anziano per motivi di “mors tua vita mea”. Ma nonostante l'inquietante cartello finale che sottolinea come pure nella realtà i geologi non sappiano quando aspettarsi nel paese una frana che sicuramente verrà, anche una regia tra tra il neutro e l'anonimo (ché quello che conta è che il tutto sia “ben confezionato”) non aiutano a rendere memorabile il film. E che la Norvegia l'abbia proposto come proprio candidato all'Oscar per il miglior film straniero si spera sia motivato dall'orgoglio nel promuovere un film di potabilità worldwide, più che il pensarlo come punta di diamante della loro cinematografia.
A.V.


Festival ed eventi vari. 33 TFF. TE PROMETO ANARQUÍA

Messico 2015. Di Julio Hernández Cordón.

Miguel e Johnny, giovani skater e amanti, tirano su qualche soldo vendendo sangue loro e altrui alla delinquenza organizzata. Finché questa pratica non li coinvolge in un affare molto grave.
Hernández Cordón ha affermato che voleva attenersi a una sceneggiatura, ma non è andata così. Si apre e si slabbra, è quel tipo di film, ma senza perdere di vista il processo di una storia, i gesti dei personaggi e relative conseguenze. Se lo stile non cerca, di solito, una vera empatia coi personaggi, si finisce lo stesso “nel” film, complici anche delle buone scelte di colonna sonora, e anche per uno spettatore non cinefilo dovrebbe essere potabile. Col suo sguardo un po' distaccato e di testa, quindi, ma non distratto, Te prometo anarquía è fresco e fluido e se all'inizio l'impatto estetico sa un po' di video, poi non lo si nota più. Il rapporto tra i due ragazzi (col terzo incomodo costituito da una ragazza, Adri, che Johnny frequenta), e i loro dialoghi molto naturalistici (tra punzecchiature, cazzeggio e insulti) non sono le cose più interessanti del film, ma il mondo in cui si muovono, mostrato con l'utilizzo di long takes, è credibile. Ed è un contesto in cui il lavoro è una dimensione non pervenuta – tra giovani, adulti che fanno sport, delinquenti e trafficoni – che si apre (anche se trattasi di lavoro non qualificato) solo verso la fine, quando i protagonisti cambiano aria. Long takes come quello in cui il gruppo di giovani si muove in skate; o la cruciale, molto buona sequenza del doppio affare, col delinquente in cappellino che mette sotto, senza fare nulla di eclatante, Miguel e fa quel che deve fare con gli esseri umani-merce.
Certo, di fronte all'enormità del gesto in cui i protagonisti si lasciano coinvolgere e di cui diventano increduli complici – deportazione e massacro, fuori dalla vista, di decine di malcapitati – , la loro reazione non sembra neppure eccessiva: è vero che scorre del sangue, ma interiormente non ci sono sconvolgimenti, non ci sono sui volti dei protagonisti e neppure nel film o nella sua forma. Questo lascia un sapore strano: è spiegabile con lo sguardo “esterno” del regista, è eccesso di leggerezza oppure è che, si teme, l'accaduto in quel mondo non sia cosa non contemplabile, “solo” un incidente grave ma non insuperabile dal punto di vista del senso di colpa perché non al di fuori del possibile.
A.V.



lunedì 2 novembre 2015

Incompresi. THE DEFECTIVE DETECTIVE aka RETENEZ-MOI...OU JE FAIS UN MALHEUR!

Francia 1984. Di Michel Gérard.

Questa volta ci muoviamo fuori dall'Italia per toccare un passaggio poco noto della carriera di un attore comico. Non si tratta, comunque, di un gioiello, nemmeno -ino, da riscoprire.
Jerry è un poliziotto losangelino che sbarca in Francia per far visita all'ancora amata ex moglie (la bella Charlotte de Turckheim), ora sposata con il mingherlino e stempiatissimo Laurent (Michel Blanc). Jerry lo prende in giro, lo stuzzica, gli fa dispetti, insomma non gli pare che la donna abbia fatto una bella scelta. Ma Laurent, che appare forzatamente coinvolto da una banda in un traffico di opere d'arte che coinvolge anche una celebrità del teatro lirico (Laura Betti!), è in realtà anche lui un poliziotto in incognito. Dopo un'incursione intimidatoria della gang a casa dei tre, Jerry si mette alle calcagna di Laurent per capirne di più, anche perché teme per l'incolumità della ex consorte. Tutti verranno a contatto in occasione di uno spettacolo della cantante, anche se curiosamente non tutti i malfattori verranno presi, anzi.
Stiamo parlando del primo di due film che Lewis girò in Francia tra 1983 e 1984. Evidentemente consapevole di star imbarcandosi in lavori parecchio alimentari e corrivi, l'attore volle che Retenez-moi... ou je fais un malheur! e Par où t'es rentré? On t'a pas vu sortir uscissero solo in Europa (ma il primo dovrebbe essere uscito poi pure in Finlandia) e non circolassero in America; scelta che oggi, in tempi di connessioni globali, sembra un'ingenuità presuntuosa d'altri tempi.
Se il buongiorno si vede dal mattino, già i banali titoli di testa animati (che il recensore di Imdb ha il coraggio di definire "great"), con un Lewis-cowboy a mono-dentaturona che svolazza con un monoposto verso la Francia non promettono bene. Il Lewis in carne e ossa modera molto la mimica facciale (fortunatamente) e gioca qualche volta con la nota goffaggine nervosa della sua screen persona, sin dall'entrata in scena in aeroporto. Da un certo punto in poi è vestito sempre allo stesso modo, con una sportiva combo camicia+gilet, quasi che per muoversi in un film come questo non occorresse star tanto a cambiarsi.
Purtroppo, se il voto medio impietoso di Imdb è eccessivo, si ride comunque davvero poco. Il film va avanti senza conoscere le parole "mordente" e "verve" e dell'incedere della storia, allo spettatore che attende invano qualcosa in più con la mano a reggersi la testa, non frega niente. Qualche sorriso il film lo strappa: per esempio Jerry che entra a teatro portato in barella, il bambino che offre un joint al poliziotto francese, o qualche passaggio di follia nel pre-finale sul palcoscenico, come la gag con la Betti che non può prendere in mano il mazzo di fiori che le viene offerto, perché ammanettata. Oppure il ciccione che continua a gettarsi in piscina sollevando ondate di acqua che lavano gli astanti, gag di per sé banale ma resa godibile dalla ripetizione. Ma è poco e non può risollevare un mesto film d'intrattenimento immerso in una medietà men che media. Con una regia, poi, inducente l'impressione che qualunque cosa le sia uguale - e qua e là sembra di vedere un film girato in video - . 
Potrebbe essere il film di un attore a fine carriera, sarebbe meglio dire di un attore comico a fine carriera; perché si situa nella sua filmografia, poco prima che questa si faccia più diradata, in anni relativamente attivi ma anche segnati da qualche film sfigato e rimandato (quando non “nascosto” come i francesi), con un doppio ritorno alla regia di relativa fortuna, un film modesto con la nomea di essere più tremendo di quel che è, quale Comiche dell'altro mondo, ma anche la partecipazione a Re per una notte di Scorsese.
Qualche blooper sui titoli di coda, come per il film successivo, schegge in cui Lewis e gli altri sul set paiono essersi divertiti più dello spettatore. Dovendo scegliere, induce meno alla mestizia l'altro film del dittico, più farsesco (che tra l'altro in Francia andò meglio).
Sul tubo, attualmente, questi due film sono entrambi visibili. Di Retenez-moi... c'è un rip dalla vhs australiana, in uno stentato 1.33: 1 ma in qualità video dignitosa, col titolo The Defective Detective (un altro aka del film è To Catch a Cop) e pure un trailer per l'uscita home video continentale. Si tratta comunque di recuperi per fans completisti di Lewis, in attesa del futuro possibile recupero, per tutti, del capitolo davvero più nascosto della sua carriera, il famigerato The Day the Clown Cried.
Alessio Vacchi

Foto da http://jerrylewisforever.blogspot.it/

lunedì 26 ottobre 2015

Incompresi. Italiani allo sbaraglio. AZZURRI


Azzurri è un titolo che, oggi, sarebbe perfetto per un film capace di ironizzare tragicamente sulla realtà italiana contemporanea. Azzurri, come undici campioni (?) che rappresentano la patria in un campo da calcio. Azzurri, come i paladini della libertà (??) di berlusconiana memoria (???). Invece Azzurri è un’opera di trent’anni fa. Un film fuori dal tempo, allora come oggi. Un ufo che lascia lo spettatore basito, senza parole. In qualche modo colpito.
Diretto è interpretato da Eugenio Masciari, al suo unico lungo professionale, il film è stato presentato alla mostra del cinema di Venezia nel 1985, nella sezione De Sica. E sulla stessa sezione De Sica, dedicata dal 1983 al 1986 solo alle opere prime e seconde, andrebbe aperta una disanima a se stante. Se la biennale delle ultime edizioni si è sempre assicurata un cinema giovane italiano di sicura e controllata fattura (da Munzi a Segre, da Alhaique a de Angelis), scorgendo i titoli presenti nella De Sica si individuano oggetti non identificati, piccoli film sperimentali che oggi non verrebbero nemmeno presi in considerazione, perché troppo arditi, azzardati, pericolosi: Castighi (Giorgio Lòsego e Cecilia Montanari), A.D. Aggiornato definitivo con le ultime variazioni  (Marco Poma), L’inceneritore  (Pier Francesco Boscaro degli Ambrosi) Il cavaliere, la morte, il diavolo  (Beppe Cino), Divergenze parallele (Renato Meneghetti), Pirata! (Paolo Ricagno) e altri ancora, sono esperimenti stravaganti e inclassificabili, sui quali difficilmente qualche pavido selezionatore festivaliero odierno scommetterebbe. Magari a ragione. Anche se a discapito di una certa imprevedibilità che ogni rassegna dovrebbe augurarsi di abbracciare.
Azzurri è uno di questi piccoli film, prodotti da cooperative e realizzati con un minimo contributo statale, il famigerato articolo 28, passato alla sezione De Sica e poi scomparso nel nulla. Almeno fino ad oggi. Uscito nelle sale unicamente al cinema Azzurro (guarda caso) Scipioni di Roma, mai editato in home video, mai trasmesso in televisione, il film è stato gentilmente caricato su youtube dal suo medesimo autore, che ha generosamente concesso ai curiosi di fruire della sua opera dimenticata. O, meglio, parzialmente dimenticata, perché Azzurri, seppure in forma frammentaria, è comparso spesso in televisione a “Striscia la notizia” e a “Blob”, a causa di una celebre sequenza nella quale Giuliano Ferrara, nell’inedita veste attoriale, viene sculacciato. Una scena scult o stracult, dagospiana o freudiana, comunque in grado di entrare nell’immaginario popolare irriverente.
Ma di cosa tratta Azzurri? Il protagonista, interpretato dallo stesso Masciari, è un giornalista triste e sconosciuto, al quale il direttore sfila di mano un’inchiesta importante e scottante. Come se non bastasse, la moglie lo abbandona e lui, per tutta risposta, dichiara guerra al mondo. Occupa uno studio televisivo e minaccia di uccidere degli ostaggi se il questore non gli riporterà almeno a casa la moglie. Parallelamente a questa linea narrativa, il film racconta un'altra vicenda, nella forma di un film che passa sullo schermo del televisore che il protagonista di Azzurri visiona: il giovane e candido Gegè, scappato dalle terribili pressioni famigliari, finisce suo malgrado in manicomio, dove fa strani incontri ( tra cui la guest star Gianni Morandi, nel ruolo di un internato che crede di essere il cantante stesso ) e poi fugge, con alcuni compagni di malattia, verso una realtà impossibile e azzurra. La storia della fuga di Gegè, braccato da gendarmi in borghese ( la povertà dei mezzi è marcatamente evidente anche in questi piccoli aspetti ) finirà con l’incrociarsi con quella del giornalista sequestratore, tra ricerca di un’impossibile verità universale e elogio della poesia dei diversi.
Il film, a detta dell’autore, è una riflessione sulla vita e sulla sua assenza di senso. Questa dichiarazione d’intenti trova riscontro in un’opera spesso naif e fragile, anche se con una certa sincerità di fondo che porta a provare simpatia per Azzurri. Se la parte con l’assedio del giornalista in studio (girata in un solo giorno, per questioni di budget), con le sue rivendicazioni, le sue ostentazioni poetiche – anche attraverso brani musicali dello stesso Masciari – la sfilata di figurine che dovrebbero rappresentare il bieco e cieco potere, è abbastanza piatta nella sua programmaticità, il racconto del folle Gegè è invece più vivace e divertente. Tra echi di teatro off e non sense alla Monty Python (come nell’incredibile sequenza della corsa della morte), il film insegue la poesia del vivere, in qualche maniera riuscendo anche ad essere convincente.
L’esperienza veneziana non fu molto positiva per Masciari. Come raccontano le cronache dell’epoca, il regista si lamentò con alcuni giurati, accusati di aver lasciato la proiezione del suo film dopo pochi minuti. La sezione De Sica venne vinta da L’amara scienza (Nicola De Rinaldo) e da Fratelli (Loredana Dordi), due titoli che, quasi al pari di Azzurri, sono stati completamente rimossi.
Masciari è ancora molto attivo, tra monologhi teatrali su Dante e docufilm di vario argomento, che lui stesso carica su youtube. La sua voglia di comunicare e di esprimersi, che non ha avuto seguito cinematografico dopo il suo Azzurri, sembra avere lo stesso entusiasmo, e la stessa piacevole sconsideratezza, del suo primo e unico film. 
Simone Scafidi