domenica 12 dicembre 2010

Memorabilia. LA TRISTEZZA E LA BELLEZZA


In effetti, in questo film del 1985 tratto da un romanzo di un giapponese, c'è un intrigo seduttivo che coinvolge quattro persone, però fa un po' sorridere la frase di questo flano, che sembra così perentoria riguardo i presunti costumi sessuali moderni: è così, aggiornatevi.
A.V.

domenica 5 dicembre 2010

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 28 TORINO FILM FESTIVAL, 26/11-4/12/2010. KABOOM


Usa/Francia 2010. In sala dal 25.3.2011.

L'ultimo film di Gregg Araki è uno di quelli importati da Cannes a Torino. Kaboom, a giudicare dalle opinioni in rete e raccolte al festival, ai più è piaciuto, ma a chi scrive è parso veramente una inutile sciocchezza.
Smith è uno studente bisessuale che vive al campus universitario. Desidera il suo compagno di stanza, surfista fustacchione e si interroga sulla di lui sessualità, apparentemente molto etero. Ha una migliore amica, Stella, lesbica, cinica e pungente. Smith intraprende una relazione di sesso con la bionda London, Stella con Lorelei, una sorta di ninfomane che non ama affatto essere mollata. Smith però è preoccupato: una delle ragazze che ha visto in un suo criptico sogno pare essere morta, sembra che lui sia il prescelto ma non capisce per cosa e si sente braccato da gente vestita con maschere animali. Forse c'è una setta dietro.
Araki è "cool" in un modo personale e non gli si nega certo tanto stile, esibito. Parte subito in quarta, con ritmo, colori, humour. In un film all'insegna della confusione e libertà sessuali, dove si ciula e si parla di sesso a random, si bea del bel faccino di Thomas Dekker, tra le immagini di gaytudine spudorata -muscolari nudi maschili da fantasie omosessuali-, ma c'è anche qualche pezzo di nudo femminile. Commedia sboccata, godereccia e sopra le righe su cui è innestato del thriller complottistico, la cui ispirazione, nelle parole di Araki, è addirittura il David Lynch di Twin Peaks. Nell'ultima parte, il film sembra quasi prendersi sul serio a riguardo, per poi rovesciare sullo spettatore un'enormità di colpi di scena ed aprirsi definitivamente ad una "libertà" che sembra voler dire permettersi qualunque cosa passi in mente, qualunque ideuzza.
Cosa vuole dirci il film? Probabilmente nulla. E' un divertissment consapevolmente esagerato; anche la faccenda del "19" sulla porta nel sogno di Smith può corrispondere ai timori se non prorio dell'ingresso nella maggiore età, comunque del crescere e diventare adulti, ma anche fosse, gli sviluppi non dicono nulla a riguardo. Nel mucchio di chiacchiere, qualche battuta va a segno e non si nega al film un'audacia anche verbale, ma al contempo la volgarità di certe uscite (alcune battute di Stella) è sgradevolmente forzata e il tutto è paragonabile a un amico senza freni che ti tira per il braccio dentro una festa chiedendoti di divertirti. Se si è iperattivi sessuali, se si ama vedere i film dopo le canne, o se si è omosessuali in vena di divertimento eccentrico forse si apprezzerà Kaboom, ma altrimenti è un po' respingente. E alla fine si pensa una cosa da uomo della strada: non era il caso di spendere quattrini per produrlo.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 28 TORINO FILM FESTIVAL. 127 HOURS


Usa/UK 2010. In sala dall'11.2.2011.

Con i telefonini imbustati come Fox vuole per le sue anteprime, è passato al festival il nuovo film di Danny Boyle, su un soggetto-bomba, da brividi e ispirato a una storia vera. Quella di Aron Ralston, l'arrampicatore rimasto vari giorni intrappolato in un profondo canyon a causa di un masso caduto tra il suo braccio e la parete rocciosa.
L'inizio del film è all'insegna di uno sfrenato vitalismo che riflette quello del personaggio, come se Boyle e il suo co-sceneggiatore Simon Beaufoy ce la mettessero tutta per farci familiarizzare in fretta con questo simpatico estroverso. In apertura c'è persino qualcosa di apparentemente demodè, lo split screen, su immagini di folle che fanno sport, che si muovono, pregano: il movimento e la presenza umana, tra le cose che poi verranno meno. Infatti, improvvisa, giunge la costrizione a star fermo per Aron, che raduna gli oggetti che ha nel suo zaino, centellina la sua acqua, si filma con la videocamera covinto di registrare l'ultimo saluto, fa modesti tentativi con un coltellino.
Boyle affronta la sua materia in un modo, in un certo senso, radicale e di petto, ma non imprevedibile per uno che aveva diretto Trainspotting: a fronte di un soggetto quantomai claustrofobico, mette in campo tutte le sue possibilità per animare un film che in teoria vedrebbe un solo attore recitare in un solo luogo per la maggior parte del tempo. Flashback, visioni, soggettive vere o simulate, lunghe, spericolate (ad esempio, quella che parte da lui per arrivare all'irraggiungibile vettura del protagonista, nel cui cofano sta qualcosa da bere). L'inquadratura più singolare è forse quella dentro il braccio di Aron. Si insiste sul liquido, con inquadrature da dentro la borraccia, prima piena d'acqua, poi di urina. Tra le idee che funzionano meglio, ci sono quelle che esprimono un'amara ironia: un estemporaneo montaggio di spot di bibite e il far sentire Lovely Day di Bill Withers, tra le canzoni pop che il film propone soprattutto nella prima parte.
Uno dei temi che più emergono è quello della solitudine: il protagonista si pente amaramente dell'abitudine di non dire a nessuno dove va e si trova ad avere una compagna fittizia, mentale di persone care: il ricordo di una ex, la propria famiglia riunita. Nonostante gli ovvi momenti di scoramento, il film pare anche un elogio alla forza di volontà e allo spirito di resistenza, dato che Aron non perde il suo senso dell'umorismo e infine decide il gesto estremo, in una scena molto sensoriale e impressionante, di amputarsi il braccio. James Franco è discreto, senza esaltare. Il film è convincente, anche se, pur mantenendo molto abilmente l'attenzione spettatoriale, non trasmette tutta la tensione o l'emozione di una vicenda così estrema e se ne esce pressochè indenni. Toccante, alla fine, vedere il vero Ralston.
A.V.

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 28 TORINO FILM FESTIVAL. CODICE D'AMORE ORIENTALE

Italia 1974.

Il festival quest'anno ha omaggiato due freschi defunti, due cineasti molto diversi: Chabrol e Piero Vivarelli. Per il quale è stato proiettato questo film, fortemente voluto da Amelio che lo ritiene il suo migliore, nelle parole di Emanuela Martini.
In realtà l'unico motivo per vedere questo film, quel che fa restare sulla sedia, è la sua difficile reperibilità. La trama di base è presto detta: due promessi sposi dalle rispettive famiglie, che non si amano ancora, fuggono insieme per evitare il volere genitoriale ed entrano nella comune di un saggio barbuto che si porta appresso una serie di coppiette a cui insegna pillole di saggezza sull'importanza del libero amore e racconta amene storielle, dalle quali non si capisce bene che insegnamento dovrebbero trarre. Ecco: da un certo punto in poi il soggetto iniziale è nullo (nessuno viene a cercare i due) e sulla stasi si innestano questi racconti visualizzati. Alcuni per mezzo di animazione bidimensionale, con personaggi che si muovono come marionette, hard. Altri "live-action", tra cui una incredibile situazione da barzelletta, con un tizio che si vede applicare dall'amante un'improbabile pasta per l'amore ed è costretto a gettarsi in acqua al grido di "Mi brucia!!". Sciocchissimo quello della cortigiana alle prese con arrapati di cui riesce sempre ad ottenere favori materiali, con i personaggi che si rivestono dal bagno colmi di schiuma. Il più trucido è quello del principe che rinuncia ai suoi privilegi per l'amore di una serva, con lui che viene marchiato a fuoco e lei che rischia di finire con la vagina bruciata; ma pure negli episodi animati abbiamo due amanti che si accoppiano tra le due metà del rivale di lui ucciso e un infante a cui viene impiantata una testa di elefante.
Siamo quindi tra due sottogeneri del cinema italiano dell'epoca: l'erotico-esotico, per ambientazioni e razza dei personaggi, e il decamerotico per il gusto aneddotico. I personaggi, asiatici, sono superdoppiati, con un effetto grottesco, finto, che indispone. Il tono generale, tra gli insegnamenti del saggio e le linee di dialogo stile antico, è serioso come un cavallo, però ci sono delle uscite di cui non ci si capacita e che fanno esplodere la sala. Vivarelli non doveva essere uno stupido, quindi l'umorismo talora è volontario (v. sopra), talora c'è il beneficio del dubbio o il dubbio dell'ingenuità (come nell'inaspettata, breve lezione di kamasutra ad illustrare quanto bene si volevano il principe e la serva), ma più che divertiti si resta basiti. La noia è grande, l'erotismo inefficace a parte qualche nudo e non si vede l'ora di archiviare il film fra le proprie visioni. Vivarelli non ha il senso della misura, come dimostrano le banalmente micidiali scene d'amore, coi corpi che si strusciano al ralenti -ma vanno citati anche i bacetti e sospiri tra le coppie di scappati di casa appresso al saggio, che dovrebbero suggerire il loro amore-, o l'interminabile finale mistico, tra apparizioni divine a sorpresa e attori che si tolgono i loro veli. A riguardo viene in mente anche la sequenza tra le piume di Provocazione. Comunque, è come sparare sulla croce rossa e a sentire l'introduzione di Alberto Crespi e Stefano Della Casa -oltre che a leggere l'intervista a Vivarelli su un recente Nocturno-, è automatico pensare ad un personaggio migliore dei film che ha girato. Bene le lagne musicali di Baldan Bembo e le animazioni di plastilina dei titoli di testa, che insieme creano forse la cosa migliore del film.
A.V.