domenica 28 ottobre 2012

Io c'ero. Festival ed eventi vari. VIEWFEST 2012, Torino, 19-21/10/2012


Rendiconto di alcune visioni dalla manifestazione.
Tra i programmi composti da brevi film, la selezione dei finalisti dei VIEW Awards. Il premio Best Short per il contest VIEW Social è andato a Caldera di Evan Viera, l'unico corto segnalato col suo nome sul programma (a proposito: perché gli altri no?). Il viaggio fino all'oceano di una ragazza con problemi psichici. Un buon inizio con qualche immagine suggestiva di solitudine, ma poi si rivela al di sotto delle ambizioni e porta a pensare ai fatti propri. Miglior Cortometraggio, piuttosto meritatamente, è risultato Second Hand di Isaac King (visionabile sul suo sito: http://www.isaacking.net/animation.html), lavoro ecologista che mette a confronto la vita slow e dedita al recupero, anche ingegnoso, di una coppia non giovane con quella frenetica, nervosa, rumorosa e sprecona di un infelice vicino di casa. Efficace per design e suono, fa sorridere e ha un messaggio chiarissimo che arriva senza predicozzi. Premio per il Miglior Personaggio al delizioso, tenerissimo Krake di Regina Welker: una bambina si vede spuntare sulla testa una piovretta e convive con questo parassita (che, antropomorfizzato, si comporta similmente a un bimbo), che cresce di volume fino a diventare insostenibile. La bontà del corto non sta nello stile ma nella sua leggerezza brillante e dolce, che lo rende effettivamente adatto ad ogni età. Rew Day, dalla Bulgaria, vincitore per il Miglior Design, narra a ritroso la giornata costellata di sfighe di un tizio, che abbiamo visto concludersi col suo cadavere a prendere aria. Interessante anche La noria-The Waterwheel di Karla Castaneda, con i suoi personaggi tridimensionali che piangono un bambino defunto, fra tristezza, musica e visionarietà, senza parole (e un protagonista troppo ruminante).
Tra i lungometraggi, in contemporanea con la permanenza nelle sale è passato ParaNorman diretto da Sam Fell e Chris Butler, dalla casa di produzione di Coraline. Protagonista di questo film che nelle nostre sale ha incassato un'inezia rispetto ad altri film mainstream animati è un ragazzino introverso, appassionato di horror, che “vede la gente morta” e si ritrova incaricato dallo zio semi-barbone (doppiato in originale da John Goodman; ma il doppiaggio italiano, in generale, si fa digerire) di placare la maledizione in arrivo nella loro cittadina, costituita dal ritorno di alcuni zombies, causata da una strega. Affiancato inizialmente da altri personaggi (il suo bullo, il suo amico ciccione e nerd col fratello culturista e tonto, la sorella superficialona), Norman risalirà ai motivi del maleficio e affronterà fino in fondo la faccenda, riscattandosi e facendosi apprezzare.
Francamente non bello il design dei personaggi, che assomigliano a dei bambolottoni e pesa un poco quando, dopo tanto casino e umorismo, il film sente di dover tirare le fila facendosi serio e lanciando un messaggio. Però come cartoon horror e come film che si rivolge a un target anagraficamente largo, funziona abbastanza. Oddio: forse se si è adolescenti è meglio, ma allo stesso tempo non sottovaluta lo spettatore, intrattenendolo con dignità. Inoltre, non si finge che il sesso non esista e c'è un coming out che non può non stupire (almeno se si è digiuni delle relative polemiche: ma qui, stranamente, nessuno sembra essersene accorto). Visivamente si può rilevare la sequenza dell'ira funesta della strega, con stringhe di fulmini e il terreno che crolla sotto i piedi del protagonista. C'è una strizzata d'occhio iniziale a Grindhouse.
La serata del 9, dedicata ai Grimm, si è aperta con la presentazione dei dieci corti animati finalisti del concorso italotedesco Grimmland, del Goethe-Institut di Torino. I lavori sono visionabili e votabili da casa (c'è un premio del pubblico) all'indirizzo http://www.goethe.de/ins/it/lp/prj/gri/gra/itindex.htm. I più degni di nota: Little Red Riding Hood di Eleonora Diana che rielabora stravagantemente, con oggetti e cibi animati a passo uno, la nota favola, tra pomodori e sacchetti cattivi, con un finale da levarsi il cappello. Intelligente; Rapunzel di Gitte Hellwig, realizzato con una tecnica di bellezza e poeticità quasi commoventi, anche se i suoi vorticosi e lacunosi tratti neri ed il ritmo a cui si succedono lo rendono un poco faticoso; Il ginepro di Milena Tipaldo, Lucio Coppa e Giacinto Compagnone, che utilizza una voce narrante femminile costante e non lesina sul gore; Settecapretti di Dalila Rovazzani, simpatico e visivamente interessante, con le sue figure che sembrano vibrare sopra fogli a quadretti; il più tenero Dream's Shadow di Giorgia L.Velluso e Paola Costigliola, sulla fantasia infantile che combatte le ombre; I sette corvi di Corrado Genovese, che utilizza invece figure bidimensionali, un tratto infantile e didascalie, come fosse il disegno animato sviluppato da un bambino (forte la bambina che zompa sugli astri).
Dopodiché, il tributo all'animatrice tedesca Lotte Reiniger, pioniera famosa per il primo lungometraggio d'animazione della storia, con una selezione di “silhouette films”, i lavori a base di sagome nere nei quali era specializzata. Il muto Cenerentola è risultato uno dei migliori, più vivo, con inaspettati tocchi di umorismo che poi tenderanno a scomparire dalla sua produzione -una delle sorellastre che si mozza un pezzo di piede per farlo entrare nella scarpetta-. Il gatto con gli stivali, di tredici anni dopo, segna una notevole differenza con i suoi sfondi più curati. Molto carino L'oca d'oro, ridoppiato decenni dopo. Biancaneve e Rosarossa col suo nano cattivo, I tre desideri con la moglie sventurata al cui naso un incauto desiderio attacca una fila di salsicce, Hansel e Gretel e una efficace lotta con la strega, La bella addormentata nel bosco, Il principe ranocchio (gli ultimi cinque, tutti del 1954 e della Primrose Production, casa della Reiniger).
Quello della Reiniger è artigianato prezioso, probabilmente non più adatto al gusto dei bambini di oggi (e di questo non gliene si fa una colpa). I suoi film visti così in fila rivelano, alla lunga, una certa maniera e standardizzazione. Al termine, dopo tanto bianco e nero, un frammento, con sfondo e figure a colori, da una versione successiva del Principe....
A.V.
In alto, un'immagine da Second Hand.

domenica 14 ottobre 2012

Io c'ero. Festival ed eventi vari. LE GIORNATE DEL CINEMA MUTO 31, Pordenone, 6-13/10/2012


Giunte alla 31esima edizione, le preziose Giornate del cinema muto hanno celebrato il bicentenario della nascita di Charles Dickens con una grossa retrospettiva di opere tratte dai suoi libri. Tra le tante, l'Oliver Twist americano del 1922, con il Jackie Coogan appena stato Monello e un cattivissimo Sikes; una versione ungherese, narrata in flashback, più vivida, dove è più presente il personaggio di Monks, interpretato con occhi perennemente strabuzzati, che Oliver (ma van considerate le lacune). Un faticoso, abbastanza illustrativo David Copperfield del 1913, forse il primo lungometraggio inglese, il primo così lungo da Dickens, con però attori adeguati, un'efficace illustrazione delle violenze gratuite al protagonista bambino e una nota umoristica. Due brevi film celebrativi inglesi: in Leaves from the books of Charles Dickens l'attore Thomas Bentley si mette in scena nei panni di differenti personaggi, mentre Dickens' London ripercorre alcuni luoghi immortalati dallo scrittore e ne immagina certi personaggi oggi. Entrambi con la presenza di un Dickens rappresentato classicamente, con la sua barba.
Ancora dall'Inghilterra, non straordinarie ma assolutamente piacevoli, le commedie marine Sam's Boy e The Skipper's Wooing, per la sezione “W. W. Jacobs, narratore”, che ha proposto un ciclo di film tratti da opere dello scrittore realizzate dallo stesso regista (Horace Manning Haynes) e sceneggiatrice (Lydia Hayward). Il primo vede un bambino orfano attaccarsi al marinaio in età Sam, asserendo di essere suo figlio ed entrando a far parte dell'equipaggio di una nave. Sam, sempre più imbarazzato, scappa, e il ragazzino cercherà altri pseudo-padri. Il secondo narra di un capitano timido e innamorato che, con la sua sgangherata ciurma, cerca di rintracciare un marinaio datosi alla macchia dopo aver creduto di aver ucciso un uomo. Lo scomparso è il padre dell'amata, la quale ha anche un altro pretendente. Toni leggeri, umorismo non sbracato e un clima geografico e umano con cui si entra facilmente in confidenza.
Nella retrospettiva sulla produzione muta della bellissima Anna Sten, star russa (la cui carriera si è poi spenta a Hollywood), La ragazza con la cappelliera di Boris Barnet è risultato tra le migliori visioni della tranche di Giornate frequentata. La protagonista (bramata anche da un telegrafista), dopo un primo impatto negativo, offre il suo alloggio ad uno studente spiantato, facendolo passare per suo marito agli occhi della coppia di affittuari e datori di lavoro, e del comitato condominiale. Nell'ultima parte, prima che l'amore trionfi, entra in gioco un biglietto della lotteria vincente che, elargito come pagamento alla ragazza, sarà oggetto di spietata bramosia per il viscido padrone di casa. Per questo film prodotto per promuovere la lotteria di stato, Barnet dichiarò di voler lavorare con attori e messa in scena invece che focalizzarsi sul montaggio come altri colleghi del suo paese. Intenso con delicatezza (...almeno fino alle sequenze finali), come ben sottolineato dal tappeto sonoro di piano e percussioni, femminista in senso pienamente positivo, mostrando una protagonista bella, attiva, intelligente e simpatica (la Sten non amava essere “bambola”), da vedere anche per chi è restio al muto sovietico, perché leggero per toni e ancor più per contenuti (ma in linea con altri film del regista, a cui “Il cinema ritrovato” 2011 dedicò una retrospettiva): non sorprendentemente, la critica, all'epoca, non gradì.
Sempre con la Sten, dal Museo del cinema di Buenos Aires (da cui era già emerso il Metropolis semi-integrale) uno dei film ritrovati proposti quest'anno, My Son di Yevgenii Cherviakov, incompleto e proiettato, con scuse, in una copia “non professionale”, anche se sarebbe stato gradito almeno vederlo in 4:3 e non allungato. Una donna comunica ad un uomo che non è il padre del suo bambino. Prima di un turbolento accadimento nell'ultima parte, questo è il nucleo del film. Molto serio, misurato e con un senso di sospeso. Il dimenticato Cherviakov intendeva mettere in scena le passioni umane, attraverso il volto umano. Infatti il film contiene lunghi primi piani di grande intensità e che sembrano al contempo contenere un invito a essere decifrati. Memorabile un montaggio alternato tra un primo piano maschile e i chiodi di una bara che vengono battuti.
Stesso anno, stesso paese, La montagna incantata di Aleksandr Dovzhenko, nella sezione “Il canone rivisitato”, consapevolmente sconnesso “cine-poema”-inno all'Ucraina amato da Pudovkin e Eisenstein. Il film percorre momenti distanti della storia ucraina e del suo popolo, con un anziano contadino come trait d'union. Dopo dei ralenti iniziali che non predispongono benissimo si dipana un film che, più a riconsiderarlo a freddo che durante la visione, ha delle buone carte. Suggestivo e magico (il vecchio che vuole scacciare il treno credendolo un serpentone), coi consueti volti inconfondibili marcati URSS, serrate immagini di panorami urbani e di lavoro verso la fine, così come uno scarto grottesco che risveglia (il conferenziere che annuncia il suo suicidio sul palco).
Tornando ai ritrovamenti, highlight della sezione “Riscoperte e restauri” di quest'anno è stato Les aventures de Robinson Crusoé di Georges Méliès, in una copia più lunga di quella conosciuta finora e colorata a mano. Breve e folgorante spettacolo d'altri tempi, pienamente mélièsiano nella struttura, con vivaci colori stesi rozzamente che “squillano” sullo schermo, accompagnato da un commento originale recitato dall'attore Paul McGann. Altro film ritrovato, ma sicuramente meno entusiasmante, il piano dramma con suspance olandese De Bertha, con la star Anna Bios, una macchina per intercettare i telegrammi e una nave che rischia di essere costretta a salpare in condizioni pericolose.
Chi scrive ama il cinema comico muto e ha scoperto con Hands Up!, titolato da noi La bionda o la bruna?, l'attore Raymond Griffith, qui nei panni di un soldato-agente sudista che deve sottrarre un carico d'oro destinato altrimenti a rimpinguare le casse di Lincoln. Quello di Griffith è, a differenza dei maggiori comici americani dell'epoca, un personaggio furbo, un dritto che sa (quasi) sempre cosa fare e come cavarsela, intelligente e non simpaticissimo. La farsa è leggermente discontinua ma spesso da levarsi il cappello per le trovate comiche e i frequenti, veloci capovolgimenti di situazione.
Il ricostruito da varie copie The Spanish Dancer di Herbert Brenon, ha animato la serata del 9 ottobre, grazie ad un accompagnamento di chitarre, percussioni e viola che ha fatto vibrare la sala. La pellicola, con Pola Negri gitana coinvolta in un intrigo di corte, Antonio Moreno nei panni di un Don Cesare di Bazan di lei infatuato e condannato a morte, Wallace Beery come re Filippo IV e Adolphe Menjou cortigiano intrigante, è assolutamente godibile e scorre armoniosa, anche se si conclude con un “volemosebbene” un po' discutibile.
L'Italia è stata rappresentata con Gli spazzacamini della Val d'Aosta, produzione sabauda Pasquali Film con regista e attori (Cimara, Darville) di fiducia e il piccolo attore di culto per pochi intimi Tonino Giolino. Film che dovrebbe avere velleità di denuncia sociale, ma che del lavoro del titolo mostra poco, prendendo forma in un dramma di affetti a lieto fine. Quasi dignitoso anche se ingenuo.
Della misteriosa casa tedesca Apollo-Film-GmbH si è visto The Secret Castle/Miss Clever versus the “Black Hand", detective story con una protagonista che si traveste da tutto: statua, scolaretta, adescatrice d'uomini, e in cui si stagliano due momenti che fan ridere la sala: quando tramortisce un maramaldo permettendogli di passare con voluttà il suo muso sui capelli precedentemente preparati con una fiala e quando, durante la scalata di una parete, viene... aiutata da alcuni agenti, con mani messe “strategicamente”.
Nel programma di cinema delle origini, due frammenti di Méliès, una colorata danza “del ventaglio” di Lumière, una nuova selezione dalla Corrick Collection: La peine du talion, da cui è tratta l'immagine scelta per quest'anno, un dramma della Edison con inseguimento e incidente stradale, una veduta italiana, un danneggiato L'enfant prodigue Film d'art Pathé, il cui inizio è tra le cose più malmesse mai viste su schermo. Il programma di comiche (degli anni 10) sulla figura della suocera ha visto passare sullo schermo, tra gli altri, il francese Lucien Cazalis nei panni di Jobard e Caza, in due comiche simili in cui, per spavento e per una zuffa, teme di aver ucciso la suocera, il solito esagitatissimo Polidor, Ernesto Vaser alle prese con una donna che non ne vuole sapere di lasciare (e lasciar giacere) due sposi insieme, e infine la maliziosa The Making over of Mother, in cui un genero mette gli occhi inconsapevolmente sulla suocera.
Segnalabile la ventina di minuti superstiti, perlopiù danneggiatissimi, di Affinities, commedia americana del 1923, perché tra i titoli recuperati pochi anni fa al New Zealand Film Archive e per la parentesi narrativa (in buone condizioni) sulle relazioni allargate tibetane, in cui ogni donna che sposa un marito, sposa anche i suoi fratelli. Per ultimo, il trascurabile Le petit nuage, breve film muto nuovo di Renée George, che folgorata dal lavoro come aiuto caposquadra elettricisti sul set di The Artist ha girato in bianco e nero questo primo episodio del suo progetto 7 short films about love. Un amore che nasce fra i tavoli di un caffé e prosegue in un surreale volo su Parigi. Visivamente lindo, ruffiano e abbastanza vuoto e inutile, lascia come ha trovati, anzi un poco infastiditi.
A.V.

In alto, un'immagine da The Spanish Dancer aka La gitana.

sabato 28 aprile 2012

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 27 TORINO GLBT FILM FESTIVAL, 19-25/4/2012


Senza preamboli e focalizzandosi sulle cose effettivamente viste.
Senza dubbio il miglior film, tra quelli nuovi, per chi scrive è stato Beauty (Skoonheid) di Oliver Hermanus, in concorso. Sudafricano bianco, benestante, proprietario di una segheria, sposato ad una moglie verso la quale ha un atteggiamento freddo come per ogni cosa della sua vita, François è nascostamente gay (è solito ritrovarsi con altri come lui, che però sostengono “Non siamo finocchi”) e prova desiderio per il bel nipote, finché non gli appare la possibilità, mentendo e forzando le cose, di averlo. Di rado è stato portato sullo schermo un tale ritratto di incapacità di accettare serenamente la propria preferenza sessuale. Il film è come un lungo grido soffocato, di dolorosa bellezza, che mette in scena un'esistenza paurosa, dove non c'è amore e non c'è luce, non c'è spiraglio d'uscita ma solo repressione di sé e conformismo che formano una pentola a pressione umana verso cui si prova pena. Se la regia di Hermanus è di quelle distaccate e spietate, a base di inquadrature lunghe che non risparmiano nulla e contemplano i tempi morti nel seguire il protagonista – una impostazione da film d'autore non nuova, ma assolutamente efficace – , una parte del peso del film la regge quest'ultimo, un congruamente controllato e credibile Deon Lotz. L'inquietudine è sottile e persistente, messa a fuoco molto bene in sequenze come quella in cui François si lascia andare, smarrito, in discoteca. Non per tutti (contiene un paio di sequenze shock, quasi simpatica in sè la prima e disturbante la seconda; e uno spettatore giorni dopo: “È come due Ludwig messi assieme!”), con un finale forse sin troppo sospeso e simbolico, ma, se ne si coglie l'intensità, Beauty è notevole.
Il premio Ottavio Mai per il miglior lungometraggio è andato però a Prime Time Soap (A novela das 8) di Odilon Rocha, suo primo lungometraggio già vincitore per la migliore sceneggiatura al festival di Rio. Nel Brasile di fine anni 70, governato dalla dittatura militare, si muovono Dora, donna dal passato rovente che l'ha tagliata fuori da famiglia e affetti, a cui cercherà di riavvicinarsi dopo un gesto irrimediabile; Amanda, a cui fa da cameriera, prostituta frivola – ma destinata a maturare –, fan di “Dancin'Days”, telenovela che Rocha elegge a simbolo della possibilità di sognare in quel contesto ma che poteva essere presa pure come velo per ciò che accadeva nel paese; Caio, che è figlio di Dora e non lo sa e la cui omosessualità – tema non centrale nel film – sboccia nel flirt con il figlio di un importante medico; Vicente, ex compagno di Dora che ha optato per la militanza politica clandestina; Brandao, funzionario di polizia arrabbiato e violento. Stilisticamente corretto, è un film godibile, che emoziona a sufficienza, di taglio volutamente un po' popolare, catartico nel far vincere l'amore e la vita anche a scapito della credibilità. Ancora in concorso, il quantomeno discreto Keep the Lights On di Ira Sachs, Teddy Award all'ultima Berlinale: la relazione tormentata fra Erik, un documentarista aduso a cercare sesso occasionale e Paul, un avvocato ufficialmente etero che casca e ricasca nella dipendenza dalla droga. Molta sensibilità in un racconto che si focalizza sulla solitudine di chi aspetta l'altro e soffre, in questo caso il personaggio di Erik. Anche se le ellissi non evitano buchi (che fine fa la ragazza di Paul?) e il quieto realismo sfiora, prima della fine, la noia.
Nella sezione “Lesbian romance”, interessante Trigger, nuovo film di Bruce McDonald (Pontypool). Vic e Kat facevano parte di un gruppo punk rock e a distanza di anni dalla rottura non serena, la seconda ritrova la prima per convincerla a partecipare ad una breve reunion. Differenze caratteriali e vecchi rancori, ma anche confessioni personali in un film che si snoda lungo una notte e si conclude all'alba senza un climax né un amore che sboccia, ma semplicemente col recupero di un rapporto. Tanto dialogo, ovviamente e due buone attrici (poca musica, però): il risultato è una pellicola ad altezza uomo che fa simpatia e ha le carte in regola per piacere senza essere ruffiana. Con uno scarto onirico che fa sgranare gli occhi.
Anche Bye Bye Blondie, il nuovo film della Virginie Despentes di Baise moi, è la storia del riavvicinamento di due donne, che però erano effettivamente state amanti, da ragazzine. Gloria, ai ferri corti coi genitori e dedita ad isterie (Soko, “nuova regina del pop francese”: se ne prende atto), e Frances si conoscono in istituto psichiatrico e si piacciono anche se, una volta fuori, vien fuori che la prima è punk e l'altra skin. Molti anni dopo, la prima (Dalle) è una nullafacente, la seconda (Béart) una famosa presentatrice tv con marito gay, sposato per le apparenze. Si rivedono e riattraggono, ma Frances si vergogna dell'amante-mina vagante incapace di stare in società e la confina in una parte di casa sua. In parallelo scorrono le storie della coppia da giovane e di quella attuale. Si tratta in pratica di una commedia, che non scandalizza (e vabbè: le due coppie si baciano e strusciano vestite, anche se Clara Ponsot, che fa Frances da giovane, è sensuale), ma nemmeno graffia, se non in una sorta di colpo di scena quasi alla fine e certe scene giovanili suonano insincere. Gli elementi che catturano l'attenzione sono il corpo ingombrante di Béatrice Dalle e il volto tristemente limitato dal silicone di Emanuelle Béart.
Lesbiche pure in Joe+Belle, commedia nera, dall'Israele, che racconta il legame che nasce, e si trasforma poi in attrazione, tra una ragazza (letteralmente) matta e un'altra nel cui appartamento lei si è installata, dopo un omicidio non premeditato che le costringe a diventare fuggiasche, senza che la cosa rovini certo loro la vita. Le due ragazze funzionano e c'è qualche divertente momento stralunato. Il film è stato preceduto da un corto ungherese, Tough Girls Don't Dream, dallo spunto bello – un mondo in cui il sonno è proibito e sognare è concesso solo a professionisti tesserati che poi rendono i loro sogni visibili a tutti – ma deludente. 
Nella sezione Vintage si è visto Come mi vuoi, presentato dal regista Carmine Amoroso che (oltre a mostrarsi convinto che il film fosse del 1997 invece che di un anno prima) ha ricordato la fredda accoglienza da parte della comunità gay verso questo film di cui temeva non esistesse più una copia in pellicola e che avrebbe voluto girare Monicelli. In questa commedia con Enrico Lo Verso travestito che fa “innamorare” un Vincent Cassel poliziotto fidanzato di Monica Bellucci, alcune battute suscitano risate volontarie (così come certe uscite dialettali della Bellucci), ma il film, quantomeno acerbo, soffre di evidenti problemi di polso e ritmo e l'andazzo recitativo di Lo Verso – che pure, sostiene Amoroso, aveva voluto quel ruolo – non aiuta. Riscoperte più effettive, Amici complici amanti (1988) e Le amicizie particolari (1964). Il primo è scritto e interpretato da Harvey Fierstein – al pari della piece teatrale da cui nasce – , che impersona un protagonista troppo “checca”, smorfioso (penosa la scena con le pantofole a coniglio) e battutista, alle prese con i suoi amori, con una madre (Anne Bancroft) che non si fa una ragione della sua omosessualità e un figlio adottivo. È comunque un film gay mainstream riuscito e brillante. Il secondo, diretto da Jean Delannoy, è un pudico ma audace racconto di sentimenti castrati dall'alto, in quanto sconvenienti, all'interno di un collegio gesuitico. Fa sorridere il doppiaggio italiano che, in stile ventennio, nazionalizza i nomi francesi.
Tra i documentari, è stato riproposto Il “fico” del regime di Ottavio Mai e Giovanni Minerba (direttore del festival), ritratto di Giò Stajano, scomparso l'anno scorso, tecnicamente datato e povero e senza preoccupazioni di ritmo. Giò, che era diventato donna da una decina d'anni, si aggira (troppo) lungamente per la casa dei suoi avi e racconta un po' di sé, con consapevolezza e umorismo. In più, un blocco di alcune sue apparizioni cinematografiche. Schuberth-L'atelier della dolce vita di Antonello Sarno, invece, è un breve omaggio al sarto delle dive italiane anni 50 e 60, interessante per un micidiale aneddoto raccontato da Christian De Sica, per una Lollobrigida che dice le sue cose, guardando in macchina, didatticamente e soprattutto per i brani di cinegiornali in cui Schuberth è oggetto di frecciatone omofobe non da poco (per le quali, però, pare non se la sia mai presa).
Alessio Vacchi

Nella foto, Gina Lollobrigida ed Emilio Federico Schuberth.

domenica 8 aprile 2012

Comunicazioni di servizio. COMING SOON


Il prossimo aggiornamento del blog sarà il 29 aprile e incentrato sul Torino GLBT Film Festival (19-25 aprile).
A.V.

domenica 1 aprile 2012

The freak show. SHOCKING DARK



"Il patriottismo è la virtù dei perversi", diceva Oscar Wilde. Può darsi, ma dopo dozzine di film stranieri, mi sembra giusto spendere un paio di parole sui misfatti di casa nostra, anche perché proprio in Italia nacque, visse e morì un peso massimo del cinema "de genere", le cui pellicole sono oggetto di malsano culto presso i video-freak di mezzo mondo. Un uomo che non ha bisogno di presentazioni: signore e signori, Bruno Mattei! Al pari di tanti altri suoi colleghi, il nostro ha la sua cifra stilistica (quantomeno in riferimento ai generi che frequentò dalla fine degli anni '70 in avanti) nel fotocopiare spudoratamente film stranieri di successo, perlopiù a stelle e strisce, riproponendone versioni tarocche come il peggior venditore ambulante. Ciò che veramente colpisce del modus matteiano però (e che lo differenzia da gente come il compianto Joe D'Amato\Aristide Massaccesi) è la quasi assoluta assenza di rielaborazione e\o modifica dei materiali originali: gli unici picchi di originalità rispetto ad una data pellicola erano in genere elementi rubati ad un ulteriore film, spesso usati come plot secondario all'intreccio principale.
Shocking Dark (uscito in Italia come Terminator 2 nel 1990 per gabbare i più ingenui) è un perfetto esemplare di questo fenomeno di ibridazione: la trama è pesantemente ricalcata su quella di Aliens, al punto che intere sequenze, battute comprese, sono importate verbatim dal film di Cameron. Quando poi si tratta di "sorprendere" lo spettatore con un qualche twist, ecco entrare in scena una spia cyborg (elemento invero non estraneo alla saga degli xenomorfi) che rifà il verso a Terminator e per tutto il terzo atto accentra su di sé l'attenzione, relegando in secondo piano i mutanti a buon mercato creati dai fratelli Paolocci (massimi esperti nostrani di effetti speciali caserecci). Ora, detta così la pellicola sembrerebbe il sogno bagnato di qualsiasi teorico piparolo ed intrippato col post-moderno (quelli che osannano roba tipo Scream 3 o Death Proof perché sono film che parlano di film), ma dubito che la maggior parte di questi radical chic da videoteca digerirebbe con piacere la realizzazione ultra-economica o i dialoghi trapana-gengive con cui lo sceneggiatore Claudio Fragasso (altro nome "cult" per certuni) ha infarcito il pastone. Di suo, Mattei probabilmente non guardava i film da clonare o, se lo faceva, non prestava particolarmente attenzione: la sua regia mira al minimo indispensabile, con scene che spesso si riducono a totali statici con conseguente zoom sui primi piani. Minimo sforzo, minimo risultato. Ai più tenaci, consiglio vivamente di recuperarlo in inglese per poter gustare gli strafalcioni degli attori che cercano di sembrare 'meregani.
Emiliano Ranzani
Immagine da cooltarget.blogspot.com

The freak show. ROBOWAR



Una squadra di mercenari in missione nella giungla viene attaccata da una misteriosa entità che ne elimina i membri uno ad uno. Che film è? Se la vostra risposta è Predator e si fosse nei primi dieci minuti di Scream, ora sareste già appesi ad un albero con le budella a penzoloni. Al diavolo Hollywood: questo è Robowar di Bruno Mattei (applausi, prego)! Uscito nel 1989, a due anni dal prototipo a stelle e strisce, la pellicola vede il fusto americano Reb Brown (protagonista di Yor, Strike Commando, L'ululato 2 ed un paio di scadenti film su Capitan America) interpretare il ruolo che fu di Arnold "The Governator" Schwarzenegger, accompagnato da un paio di grantici caratteristi nostrani (Massimo Vanni e Romano Puppo) più alcuni figuranti etnici di importazione per dare al tutto un tono più 'meregano. I nostri sono parte di una squadra d'elite chiamata, in inglese, Big Ass Motherfuckers (alla lettera, "Grandi Figli di Puttana"), nomignolo che strappa sempre risate isteriche agli spettatori anglofoni, nonostante lo sceneggiatore Claudio Fragasso (in coppia con la moglie Rossella Drudi) si vanti di sapere benissimo come parlino gli americani: peccato che l'intero popolo degli Stati Uniti non sia d'accordo (se non ci credete, guardatevi il documentario The Worst Movie Ever). Inviati da non-si-sa-bene-chi a fare non-si-sa-bene-cosa (gli ordini sono molto vaghi) in una giungla pullulante di filippini, i B.A.M. seguono alla lettera la scaletta del film di John McTiernan, imbattendosi in cadaveri di soldati trucidati, prendendo d'assalto dei guerriglieri (aggiungendo così al gruppo una donna: in questo caso la bionda Catherine Hickman) e sparando alla cieca sul fogliame più e più volte fino all'entrata in scena del loro avversario, il prototipo di un androide da combattimento chiamato Omega-1. L'essere, costruito coi resti di un soldato morto in Vietnam (e qui si ruba da Robocop: come sempre, Mattei copia due film al prezzo di uno), è sfuggito al controllo dei suoi creatori e spetta ai nostri eroi il compito di fermarlo.
Al pari del successivo Shocking Dark, il film colpisce non tanto per la sfacciataggine con cui fotocopia altre pellicole, ma per come Mattei sia completamente incapace di ricrearne il feeling: la sua regia mira sempre al minimo indispensabile, senza alcun guizzo o invenzione; è inoltre interessante notare come, contrariamente a precedenti fatiche del regista (tipo Virus o Rats), Robowar sia privo di sangue ed effettacci, probabilmente vista l'esigenza, tipica dei tardi anni '80, di avere prodotti più pacati per il mercato televisivo. Per il resto, poco da dire: gli attori fanno quello che possono, le scene d'azione sembrano uscite da un episodio di A-Team (anche se qui la gente muore, ma amen) e la colonna sonora firmata Al Festa consiste in larga parte da un irritante motivo di suspense ed un brano hard rock da discount. A dispetto del basso budget, l'androide (altra creatura dei fratelli Paolocci) non è malaccio da guardare e, più in generale, è d'uopo ammettere che l'intera pellicola ha certamente più dignità di cose come Watchers 3. Come direbbe lo Zio Francesco di Non si sevizia un paperino: “viva l'Italia, figghio!”.
E.R.
Immagine da http://mrgablesreality.blogspot.it/2010/09/bad-movie-review-robowar-1988.html

Il trailer http://www.youtube.com/watch?v=onbkXlzzywU

The freak show. CARNAGE ROAD


Su dvd Quantum Leap (GB).

Sapere chi è Massimiliano "Max" Cerchi non è probabilmente motivo di vanto, nonostante la rarità del pugno di filmetti straight-to-video da lui realizzati a cavallo tra la seconda metà degli anni '90 ed i primi giorni del nuovo millennio. Chi scrive scoprì la sua esistenza nel 2001 tramite uno speciale di Rai Sat dedicato al cinema di "serie B" (parole loro, non mie) che vantava interviste a gente come Lloyd Kaufman, Brian Yuzna e Andreas Schnaas: ma ora basta parlare di me. Napoletano verace, qualunque cosa questo significhi, Mr. Cerchi ha dato il via alla propria carriera di regista e produttore dopo essere immigrato negli USA e aver fondato la propria casa di produzione, la Rounds Entertainment ("Rounds" vorrebbe significare "Cerchi" nelle sue intenzioni): tutto questo, però, non prima di essersi appropriato della paternità di "Plankton" del povero Alvaro "Al" Passeri che, da quel giorno in poi, sarà sempre considerato come uno pseudonimo del diabolico Massimiliano (a questo punto potrebbero nascere battutacce sui napoletani e la loro propensione al furto, ma sorvoliamo). Carnage Road è la quarta opera della Rounds dopo i precedenti Satan Claus, Hellinger e Kendall Ransom: Bounty Hunter, realizzata nel 2000 nel deserto del Nevada dopo il trasferimento di Cerchi da New York a Las Vegas: trattasi nient'altro che di un becero slasher, fortemente debitore di Non aprite quella porta, Le colline hanno gli occhi e qualche spruzzata dei vari Venerdì 13 tanto per gradire. I protagonisti dovrebbero essere un pugno di studenti di fotografia impegnati ad esercitarsi (e cazzeggiare) nelle lande desertiche, ignari che la zona sia il territorio di caccia di QuiltFace, un leggendario maniaco omicida armato di machete e con un patchwork di pelle umana a celargli il viso.
La trama sentita e risentita è forse l'ultimo dei problemi per questo filmino dilettantesco girato in digitale (ad occhio e croce, con una Sony VX1000 ogni tanto dotata di un pessimo convertitore grandangolare); anzi, diciamo pure che ce n'è per tutti e non si sa nemmeno da dove cominciare: attori da recita scolastica, suono pessimo, effetti speciali che non sono speciali nè di effetto, montaggio pedestre, immagini inguardabili, musiche che sembrano suonerie da cellulare e, last but not least, una regia colma di lacune, del tutto incapace di costruire anche la più banale delle sequenze (non è un caso che molte scene siano realizzate con poco più di un'unica, traballante ripresa in continuità). I lettori di Fangoria Magazine (storica rivista horror a stelle e strisce) riconosceranno la maschera del "mostro" come una delle tante che, ai tempi, si potevano comprare per corrispondenza per cinquanta dollari o meno. Dopo essere incappato in una serie di beghe legali e finanziarie, Cerchi ha fatto armi e bagagli e si è trasferito dapprima in Thailandia e poi in Brasile dove realizza video porno a tema transessuale: come si dice, chi l'ha dura, la vince.
E.R.