domenica 28 dicembre 2008

The freak show. THE NAIL GUN MASSACRE


Usa 1985. Su dvd Synapse (regione 1).

Il titolo accattivante (così come la locandina originale) è una prevedibile trappola per l’ignaro spettatore degli anni ’80: The Nail Gun Massacre è infatti lontano anni luce da un altro massacro con articoli da ferramenta, il Texas Chainsaw Massacre (da noi Non Aprite Quella Porta) di Tobe Hooper a cui gli scaltri produttori del film in questione hanno voluto richiamarsi.
Gli ottanta minuti di fotogrammi in sedici millimetri narrano di un misterioso vendicatore armato di sparachiodi che fa strage di un gruppo di manovali, a loro volta rei di violenza sessuale ai danni di una ragazza; il tutto allungato (come i cocktail dei più infimi locali) dalle indagini dello sceriffo della cittadina ove si svolge l’azione ed il classico parteur di scenette idiote messe apposta per superare la durata da cortometraggio: è incredibile come un tempo ci si sforzasse più di trovare beceri riempitivi invece che migliorare le storie. Non che oggigiorno le cose siano cambiate, però gli assurdi diversivi degli anni '80 hanno un sapore unico ed inconfondibile. Tornando a bomba Nail Gun Massacre è un bocconcino prelibato per i veri amanti del cinema-spazzatura: girato coi piedi e montato anche peggio, si avvale di attori più che dilettanti ed effetti speciali da supermercato. L’assassino è un tizio in tuta mimetica (che parrebbe anticipare il Karl The Butcher Jr. del teutonico Violent Shit 2 – il livello più o meno è quello) col volto celato da un casco da motociclista che si porta sulle spalle un altamente improbabile (dove se la infila la spina?) compressore per la sua arma ed ama recitare battute cretine con un'inspiegabile voce elettronica (!!!) prima di freddare le vittime di turno.Come già detto, la cialtroneria dei registi Bill Leslie (anche direttore della fotografia) e Terry Lofton (che firma pure la sceneggiatura) è più che palese ed è anche ciò che spinge veramente gli spettatori più tenaci a resistere fino in fondo, invece che il fascino dell'intreccio. Questo e le periodiche iniezioni di nudo: le giovani figuranti, infatti, non hanno alcuna remora a farsi riprendere a chiappe & tette al vento.
Dopo essere rimasto fuori portata dei radar per quasi un ventennio, The Nail Gun Massacre è recentemente risorto dalle sue ceneri in un'edizione DVD auto-prodotta dallo stesso Lofton e carica di extra sempre da lui curati. In Italia, stando alle cronache, era giunto in videocassetta ribattezzato come Il massacro: chi riuscisse a trovarne una copia, sarà premiato con la più alta onorificenza.
Emiliano Ranzani

Memorabilia. L'ISOLA DEI PIACERI PROIBITI



Flano ricco e significativo per questo film del prolificissimo Jess Franco, non tra i più noti. Dicembre 1973: è periodo di austerity, il governo impone di risparmiare sull'energia. Come fronteggiare allora il freddo e il nervoso per non poter utilizzare l'auto? Scaldandosi visionando un film dal titolo assai ammiccante. A patto che, non è il caso di dirlo!, siate maggiorenni e non troppo sensibili; anzi, sensitivi.
Alessio Vacchi

mercoledì 24 dicembre 2008

Comunicazioni di servizio. Speciale. Buon Natale, buon anno. PRESENTAZIONE

Aggiornamento eccezionalmente alla vigilia di Natale stavolta, con un piccolo speciale festivo. Ho chiesto a me stesso e a vari vip dell'universo internettiano cinematografico di scrivere qualcosa di personale riguardo il cinema e le festività natalizie. I risultati sono quelli che leggerete di seguito. Qualcuno ha voluto fare una ricognizione delle tendenze delle uscite natalizie italiane, altri hanno optato per ricordi più o meno lampo dal passato. Mi scuso per la disomogeneità dei pezzi, quanto a lunghezza (qualcuno ha disobbedito!), ma credo che siano curiosi da leggere. Ringrazio quelli che hanno collaborato e auguro buon 25 e 26 dicembre a loro ed ai lettori di questo blog. Il prossimo aggiornamento sarà, regolarmente, il 28 dicembre.
Alessio Vacchi

Speciale. Buon Natale, buon anno. AL CINEMA CON SANTA CLAUS



C’era una volta il cinema di Natale. Che nel Belpaese non è sempre stato monopolio dei film-panettone della premiata ditta Parenti & Vanzina (tale moda ha preso piede a partire dalla seconda metà degli anni 80; e il primo Vacanze di Natale era una commedia giovanilistica estranea alla farsa scorreggiona che pian piano avrebbe improntato gli episodi a venire della saga), anzi; se da un lato i distributori temevano la refrattarietà del pubblico nell’affollare le sale durante le feste, dall’altro cercavano di invogliarlo sfornando titoli che spaziavano un po’ fra i generi, osando talvolta accostamenti arditi considerata la ricorrenza. Certo, la commedia era il genere più battuto; ma si andava talvolta aldilà della farsa fine a sè stessa. Come dimenticare l’uscita natalizia di Amici miei atto II, di Mario Monicelli? Il trailer cinematografico insisteva sugli aspetti ridanciani; ma il pubblico in sala riviveva l’accostamento fra beffa boccaccesca e malinconia, il non prendersi mai sul serio adottato come stile di vita con la senilità e la morte. Cinema d’evasione ma non solo, dunque; e d’altro canto, il Natale non coincide con la fine di un altro anno? La malinconia quindi ha diritto di cittadinanza.
Naturalmente, il cinema natalizio si è sempre preoccupato dei più piccini; e se la Disney sfornava prodotti d’animazione a gogò, neanche il cinema con attori in carne d’ossa era da meno. Ecco che Steven Spielberg ti scodellava una favola fantascientifica come E.T., destinata a far piangere come vitelli non solo i pargoli in sala, ma anche i diffidenti genitori che li avevano accompagnati. Attenzione però: dietro le innocue baracconate stevenspielberghiane talvolta si celava uno spiritaccio irriverente tutt’altro che puerile. E’ quanto si è visto con Gremlins, altra uscita natalizia finanziata da Spielberg ma diretta da Joe Dante (e qui i cinefili avrebbero dovuto subodorare la trappola: un ex-allievo di Corman, dispettoso e dissacrante, che si dà alle fiabe natalizie?). Apparentemente commedia fantastica; in realtà satira al vetriolo di matrice vagamente dickensiana, che flirta con l’horror e regala perle di umorismo nero. E che la commedia e il favolistico a Natale potessero convivere con altri generi è ampiamente dimostrato dall’interesse del pubblico per Rambo, di Ted Kotcheff, campione d’incassi assieme ad E.T. nel Natale del 1982. Come si concilia la disinvoltura di Stallone nel maneggiare armi da fuoco ed esplosivi con le acrobazie di Santa giù per i camini? Vuoi vedere che allo spettatore di Natale piacciono pure le emozioni forti? E' significativo che all’inizio degli anni 80 i cinema italiani sotto le feste abbiano programmato un avventuroso esotico come Il grande ruggito di Marshall; apparentemente fiaba ecologista per ragazzini, ma che non disdegna di regalarci qualche brividino (giocherellone quando volete, ma un leone fa sempre un po’ paura quando vi punta) avvertendo tramite i flani pubblicitari che le belve utilizzate nel film non erano addomesticate e quindi gli attori erano un filino nervosetti sul set. Del resto, la locandina non aveva niente di rassicurante. La tradizione anglosassone ha spesso accostato il Natale alle storie macabre; chi lo dice che sotto l’albero un po’ di strizza non ci possa stare? Vorrà pur dire qualcosa che nel natale 1980 i cinema italiani abbiano inalberato orgogliosamente la locandina di Shining di Kubrick; film d’autore quanto volete, ma sempre di ghost story si tratta. E d’altronde, uno degli horror più paurosi degli anni 70 non è stato proprio il Black Christmas di Bob Clark? In verità, all’inizio degli anni 80 i circuiti di prima visione non insistevano troppo con le pellicole al sangue; probabilmente i distributori lo consideravano di cattivo gusto, pensando che il passaggio dai sentimentalismi alla Frank Capra agli psicopatici armati di mannaia potesse rivelarsi traumatico per gli spettatori. Simili problemi non sfioravano gli esercenti dei cinema di seconda visione, che durante le festività programmavano la qualunque (e magari nel giro di una settimana potevi visionare tanto l’ultima commediola con Banfi-Vitali quanto l'ultimo thrilling di Dario Argento).
Un’inversione di tendenza si è avuta a partire dalla seconda metà degli anni 80, quando la distribuzione nostrana tentò di puntare anche sul macabro popolando gli schermi natalizi di efferatezze in celluloide come Opera di Argento e Angel Heart-Ascensore per l’inferno di Alan Parker; tendenza tutto sommato restata in vigore, se pensiamo ai successi al botteghino di pellicole "natalizie" come Seven di David Fincher. E come mai gli ultimi due Cronenberg sono usciti in Italia sotto Natale? Fra un po’ dovremo preoccuparci che dal camino non scenda qualcosa di più sinistro del caro vecchio lappone in costume rosso e bianco. In fondo, perché farsi problemi di buon gusto? Se i palinsesti televisivi natalizi degli anni 80 accostavano commedie come Frankenstein Junior (tuttora sulla cresta dell’onda) a blood & gore destinati al periodo pre-epifania (rigorosamente in notturna, of course) come Creepshow di George Romero, l’avvento dell’home video e della pay-TV ha allargato la possibilità di scelta da parte dell’utente, che magari seleziona le proprie abboffate festive in celluloide basandosi su esclusivi gusti stagionali (a Natale thrilling all’italiana e post-atomici, d’estate spaghetti-western ...). Nel mio lettore dvd sotto Natale non mancano mai rimembranze cinefile come il sopracitato Black Christmas, La cosa di John Carpenter, commedie all’italiana di ogni derivazione e qualche fantasy-mitologico dei tempi che furono (fra i titoli più gettonati il Conan di John Milius e Scontro di Titani). Non chiedetemi perché.
Corrado Artale

Speciale. Buon Natale, buon anno. QUEL CHE ''FA'' NATALE



Forse mi sono intortato da solo, nel voler scrivere pure io in questo specialino natalizio. Non mi è facile tirar fuori significativi ricordi che uniscano cinema e festività natalizie, perchè sono uno spettatore atipico. Non ho film che rivedo periodicamente, perchè preferisco vedere qualcosa dell'enorme mole di cose che mi mancano, o rivedere quel che non rammento più. Seguo superficialmente la programmazione di film sulla tv in chiaro, per cui non sto ogni anno a rivedere Una poltrona per due o La vita è meravigliosa. Non amo Frankenstein Junior. Non amo i cinepanettoni Filmauro, anche perchè mi paiono simbolo di un'attenzione della massa verso il cinema sfrenatamente sbilanciata a priori verso certi tipi di film: mentre il bel L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Brad Pitt nel cast, il Natale scorso quanti l'hanno visto? (Poi vado a vedere i film con Aldo Giovanni e Giacomo: si prega di ammirare la coerenza). Non sono dotato di particolare costanza, per cui posso progettare un personale palinsesto natalizio, ma so che si sfalderà per i motivi più vari.
Quindi, che significa per me il Natale dal punto di vista "artistico"? Un ricordo volendo c'è, ma è inquietante: quando ero andato a vedere Così è la vita, dieci anni fa. Atrio del locale strapieno -verso il botteghino non c'era una fila ma un magma di persone-, la donna alla cassa che strilla come una pazza contro qualcuno ("Non metta le mani lì!!!") e un travestito a staccare i biglietti. Qualche visione propriamente natalizia può capitare: negli ultimi anni ho visto Natale a casa Deejay, il Santa Claus Conquers the Martians che ho proposto sotto nella youtubata. Quest'anno sarà Un minuto a mezzanotte, thriller francese con un Babbo Natale minaccioso. Quanto alla musica, qualche anno fa in questo periodo mettevo su la cassetta di un album di Zucchero e Così celeste mi faceva Natale (passatemela) perchè la associavo ad uno spot di dolciumi che passava in tv. Per capire dove si può arrivare... Oggi invece, non è davvero Natale senza due classici moderni come Natale allo zenzero e Christmas with the yours di Elio e le Storie Tese. "Can't you hear the typical cling cling cling cling cling?".
Alessio Vacchi

Speciale. Buon Natale, buon anno. CINENATALI PERDUTI



Sembra banale dirlo, forse preoccupante perché nel momento in cui si comincia a fare discorsi tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, significa che è arrivato il tempo del rincoglionimento. Però vorrei iniziare da una specie di paradosso. Un tempo, quando ero piccino (quindi fine anni ’70), la mia famiglia durante il periodo natalizio centellinava i denari per farci scappare tutto. In quel “tutto” era previsto anche il pomeriggio al cinema delle feste. Ecco, per me il termine festività natalizia possedeva un’apertura semantica tale da abbracciare anche la presenza familiare all’interno di una sala cinematografica. Il paradosso consiste in questo: ora che non solo il cinema posso permettermelo a prescindere dalla mia famiglia, ma nella maggior parte dei casi, grazie al mio lavoro strettamente connesso al cinema, nemmeno pago l’ingresso, non credo che andrò a vedere nulla per questo Natale. Come da qualche anno a questa parte. Facile intuire che le parole “cinema” e “Natale” abbiano intrapreso sentieri piuttosto divaricati, difficilmente riconciliabili. Non intendo impiantare paragoni sensati tra un passato trasfigurato dalla memoria e un presente di desertificazione nella proposta cinematografica, però ricordo che trent’anni fa - oltre a non esserci tutte queste squallide architetture inquietantemente parallelepipede dei multiplex-, quando si stava discretamente al sicuro da cinepanettoni e Disney-invasion, c’erano cose semplicine e divertenti tipo i film con Celentano e Bud Spencer e Terence Hill, due ore di genuina, sincera, scanzonata allegria. Film che in sostanza non avevano la becera e grassa comicità del vulgus, e non ridondavano di meraviglie in computer grafica. È chiaro, l’atmosfera che trovavo in queste sale collocate in centro città era quella di un antro magicamente accogliente, anche se ad esempio il cinema Astra di Pesaro risentiva di un vecchiume anni ’50 perché i lustri intercorsi dalle ultime ristrutturazioni cominciavano a pesare. Ora questi orrendi templi del consumo cinematografico (sì, perché ormai il fascino della visione di un film che inizia dopo minimo 10 minuti di spot pubblicitari, non riesco a non considerarlo un “consumo”) non so proprio che effetto avrebbero fatto al mio sguardo di bambino... probabilmente i bimbi di oggi sono talmente abituati al brutto che...
Ecco, forse non è neanche questione di proposta cinematografica in sé, ma proprio di percezione dell’esperienza di fruizione o, per non usare paroloni, sensazioni che un luogo riesce a darti prima, durante e dopo lo spettacolo. Io proustianamente ricordo ancora l’odore acre e un po’ stantio di quelle poltroncine delle sale e i profumi deodoranti delle cassiere che ti porgevano il biglietto con un sorriso. Adesso quando vado al cinema non sento praticamente più alcun odore, non in sala e ancor meno olezzi provenienti da ragazze addette allo sbigliettamento segregate dietro lo spessore vitreo dei loro cabinotti. Insomma, per me bambino tutto aveva una sua particolare valenza, perché bisognava attendere il Natale prossimo per rivivere quelle sensazioni... e le parole ansiose di babbo e mamma pronunciate lungo le vie del centro, che si perdevano in un alito di freddo dopo aver risuonato accordandosi con una felicità di luminarie, che chiedevano a me e ai miei fratelli: “allora ragazzi, vi è piaciuto il film?”. Forse proprio tutta questione di atmosfere, e di ricordi... di cose insomma irripetibili. Fatto sta che adesso il film a Natale, babbo, mamma, non mi piace più.
Mauro F. Giorgio (Riflessi di paura)

Speciale. Buon Natale, buon anno. IL BAMBINO CHE ASPETTA DAVANTI LA TV



Se facciamo qualche passo indietro con la memoria, cercando di trovare una relazione tra la passione per il cinema e il periodo natalizio, viene in mente lo sciopero forzato dalle sale a causa delle masse di Tartari che si riversano una volta l’anno nei multisala, attratti da un palinsesto qualitativamente deserto. Quest’ultimo termine però fa squillare un campanello (di quelli al collo delle renne, naturalmente) e ci spinge a fare un bel po’ di passi a ritroso per vedere associato al Natale l’immagine di un Canyon rovente, assolato e (appunto) deserto in cui un uccello migratore si addentra per cadere istantaneamente sul terreno sotto forma di pollo arrosto.
Cosa ha a che fare questa immagine con un periodo gelido e rarefatto in cui si sta sprofondati nella poltrona, intabarrati in innumerevoli strati di indumenti dei quali il più profondo è quel pigiama che non ci si era arrischiati a togliere, pietrificati davanti al focolare più caldo della propria abitazione? La televisione! Ecco riaffiorare il ricordo di tutta quella serie di lungometraggi animati che durante l’infanzia (ma forse anche adesso, chi lo sa?) le reti nazionali riproponevano puntuali come la morte e le tasse. Il film di Creamy, il film dei Puffi, Le dodici fatiche di Asterix, il Muppet Show erano pronti lì nella loro bella custodia con su la polvere di un anno, nelle mani dei pochi dipendenti dell’etere che a differenza dei loro colleghi scioperati lavoravano svogliatamente anche durante le feste, pronti a mandarli in onda per fare contenti i bambini che tutta Italia parcheggiava davanti al piccolo schermo mentre si dilapidava la tredicesima, desiderosi di vedere uno spettacolo che ormai era stato consumato fino all’Ave Maria. Quello che chi scrive aspettava con trepidazione, succhiando le teste dei Masters of the Universe per l’eccitazione, era La ballata dei fratelli Dalton, avventura western a cartoni sul personaggi di Lucky Luke del geniale Goscinny, un capolavoro di ironia che aveva il primato di introdurre in maniera sagace al rutilante mondo del western. Peccato non poterne parlare più a lungo visto che lo spazio a disposizione è ormai definitivamente finito. Sarà per un altro Natale.
Gianluigi Perrone (Nocturno Cinema)