domenica 30 novembre 2008

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 26° TORINO FILM FESTIVAL. DREAMCHILD


UK 1985. Di Gavin Millar.

Questo è un film che suscita sentimenti particolari, non propriamente positivi. Parte con modesti scambi di battute tra pupazzi e prosegue poi introducendo un personaggio di anziana protagonista sgradevole. Il commento di un amico ("Speriamo che muoia 'sta vecchia") testimonia come il personaggio intepretato da Coral Browne sia antipatico andante: sarà voluto, ma non agevola la visione. Rigida, presuntuosa e scostante, anche con la sua giovane pupilla accompagnatrice, l'ex musa del Lewis Carroll che scrisse Alice nel paese delle meraviglie intraprende un viaggio fisico in America, per il centenario della nascita del reverendo scrittore; ed un viaggio più mentale, a base di visioni in cui rimembra il suo passato di bambina e contatti col mondo fantastico creato da Carroll. Ci sono momenti abbastanza spietati nel sottolineare la vecchiaia, l'avvicinarsi della fine per la protagonista (le stesse creature la maltrattano verbalmente in tal senso).
Come immaginabile, la signora si ammorbidirà pian piano e infine si commuoverà, comunque: c'è qualcosa, come detto, che non gira a dovere, l'amalgama di personaggi sgradevoli (la vecchia, il giornalista figo) o patetici (la giovinetta), elementi infantili ed altri più adulti. Comunque, ci sono aspetti interessanti: le creature di Jim Henson, che sono volutamente "brutte", un pò da incubo e soprattutto il rapporto tra il reverendo e la bambina, in cui l'uomo, intepretato da Ian Holm, lascia ben intendere un sentimento di adorazione per lei che ha a che fare con la pedofilia (questo è uno di quei film in cui le ragazzine sono adorabili e vorresti abbracciarle, cosa che non sempre capita nella realtà...). Emozionato, Hodgson-Lewis Carroll si fa anche sgamare dalla piccola Alice, che qualcosa pare capire (nella scena in barca). Il che, bene o male, rende questa ricognizione intorno al mondo di Alice non per bambini.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 26° TORINO FILM FESTIVAL. IMMACOLATA E CONCETTA, L'ALTRA GELOSIA


Italia 1979. Su dvd Ripley.

Nella sezione L'amore degli inizi, Salvatore Piscicelli ha presentato il suo film d'esordio. Storia d'amore lesbico in una cittadina del sud Italia, tra la sposata con figlia Immacolata (Ida di Benedetto) e Concetta (Marcella Michelangeli). La loro relazione nasce in carcere, ma con scelta originale noi iniziamo a vederla solo quando entrambe sono libere e si reincontrano. Le protagoniste, in particolare il personaggio di Ida di Benedetto, sono forti, orgogliose: "Mi piace essere libera, fare quello che mi padre", "Non sono io che ho bisogno di te, sei tu che hai bisogno di me", dice al marito. Ma l' "altra gelosia" del titolo indica che non ci si deve aspettare una più tradizionale storia in cui le due vengano punite per il loro scandaloso amore. Sì, "la gente chiacchiera", si sente dire: ma questa gente, nel film, praticamente non si vede. Piscicelli e la cosceneggiatrice Carla Apuzzo si tengono concentrati su personaggi e vicenda, senza digressioni. E gli uomini, nel film, o soccombono arrabbiati (il marito di Immacolata) o vengono a turbare, col loro appetito sessuale, l'unione tra le donne (il viscido Ciro). Il tutto si concluderà drammaticamente, con un atto che chiude un cerchio apertosi col primo gesto violento di Marcella. Di impatto le scene di sesso, che il regista ha raccontato di aver tenuto volutamente lunghe per poter agevolmente tagliare in caso di obiezioni censorie: che, incredibilmente, sono arrivate solo con l'unica scena etero.
Un film che, a detta dello stesso regista, utilizza forme di espressione popolare (alla fin fine si tratta di un melodramma, e i titoli di testa e di coda scorrono su un motivo tradizionale; l'ambientazione, poi, è "bassa"), di ambientazioni e fotografia realistiche, spoglio, anche dal punto di vista sonoro (riempito in sala dal frusciare della copia); al contempo, c'è qualcosa di dilatato e di "teatrale" nella recitazione che all'inizio può fare sorridere, ma è molto probabilmente consapevole.
Alessio Vacchi

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 26° TORINO FILM FESTIVAL. HUNGER


UK/Irlanda 2008.

Un illustre omonimo, Steve McQueen, esordisce alla regia con questo potente film, provocatorio, senza sconti e multiforme. Hunger è divisibile in diverse tranches: una lunga apparente introduzione in cui McQueen sta su un personaggio che non è il protagonista, la parte di lotta carceraria in cui il film sembra prendere la forma di un prison-movie "hard", per poi spiazzare con un lunghissimo piano sequenza di dialogo a camera fissa (complimenti agli attori, che si scambiano le battute magistralmente) e proseguire concentrandosi sul martirio che il protagonista si autoinfligge con lo sciopero della fame. Un limite che il film ha alla base è che il problema affrontato -la protesta, da parte dei detenuti appartenenti all'IRA, per il mancato riconoscimento dello status di prigionieri politici- possa far pensare qualcosa tra il "machissene" e il "fatti loro" allo spettatore, tantopiù che si viene immersi nelle cose senza particolari appigli di conoscenze su antefatti e personaggi. Ma va detto che da un lato il film supera questo con la forza del filmico e del profilmico, dall'altro pare porvi una pezza con la citata sequenza dialogica, che funge anche un pò da quiete dopo la tempesta, tra il sacerdote e Bobby Sands, in cui si parla di ragioni della lotta e della sensatezza o meno di morire e portare altri alla morte, per proseguire con coerenza fino alla fine e non cedere. Quello del sacerdote non è l'unico personaggio per così dire "dall'altra parte della barricata" che McQueen isola: c'è il poliziotto con cui si apre placidamente il film e, più brevemente, il giovane agente pestatore.
Il film affronta una questione politica (un paio di discorsi della Thatcher si odono in voice over) da un punto di vista non astratto, ma mostrando il calvario di qualcuno che ha scelto da che parte stare in modo assoluto. Diventa così una pellicola sulla determinazione e sul corpo, o meglio: su una determinazione ferrea che si esplica su un corpo che è (auto)condannato a portarne i segni. Da notare la performance fisica degli attori che intepretano i prigionieri, tra nudi e violenze prima e poi con lo smagrimento di Michael Fassbender che interpreta Bobby Sands (la mente va al Christian Bale de L'uomo senza sonno).
Alessio Vacchi

domenica 16 novembre 2008

Tra pagina e schermo. IL 13° GUERRIERO


Tit. or.: The 13th warrior. Usa 1999. Su dvd Buena Vista.

Un romanzo che potremmo quasi definire “antropologico”, Mangiatori di morte: nel narrare l’incontro fra un ambasciatore arabo e un clan vichingo, Michael Crichton s’era divertito a sottolinearne le differenze culturali e il comprensibile imbarazzo da parte di entrambe le fazioni, così dissimili in usi e costumi e nella concezione che possiedono del mondo che le circonda. Come può un arabo giustificare la pratica dei sacrifici umani con cui i vichinghi onorano la dipartita di un guerriero? Come far capire a dei vichinghi sbevazzoni il valore che un buon musulmano dà all’astinenza dall’alcol? Simili problematiche non sfiorano più di tanto la trasposizione cinematografica di John McTiernan: al regista interessava realizzare un buon film d’avventure, quindi si è concentrato sugli aspetti del romanzo che meglio rispondevano al progetto, tralasciando il resto. Qualche accenno umoristico alla cavalcatura del protagonista, oggetto di dileggio da parte dei rustici danesi che la paragonano ad un cane per le dimensioni ridotte; un buffo episodio in cui l’ambasciatore mediorientale si vede concedere una licenza alcolica e può partecipare alle libagioni organizzate dai suoi ospiti, in quanto la loro bevanda è Idromele e quindi non strettamente vietata dal Corano (lì la proibizione riguarda qualsiasi estratto dall’uva).
Facezie hollywoodiane che tralasciano l’interessante esempio di “narrativa da viaggio” fornito dal testo di Crichton; e la lotta dei vichinghi contro una misteriosa tribù paleolitica dedita a riti cruenti e ad un arcaico culto in onore dell’Orso (episodio presente anche nel romanzo) accentua i toni orrorifici, trasformandosi in una lotta all’ultimo sangue fra Luce e Oscurità, civilizzazione e barbarie. Elementi assenti dal libro, dove anzi viene tracciato un interessante parallelismo fra le due civiltà, apparentemente lontane nel tempo ma accomunate da analogo senso di appartenenza ad un nucleo sociale che difende la propria esistenza e guarda con sospetto ad elementi estranei. Quanta differenza corre effettivamente fra gli efferati adoratori dell’Orso e i selvaggi Berserker vichinghi? In fondo, è possibile che gli uni discendano dagli altri. In tal senso viene radicalmente modificato anche il finale del libro, decisamente più ambiguo e irrisolto dell’ending eroico concepito da McTiernan per il film (decisamente più adatto alle platee in cerca di un innocuo action d’evasione). La scelta del fascinoso latino Antonio Banderas come attore protagonista ben riassume la visione ludica e poco interessata alla verosimiglianza storica dei produttori.
Corrado Artale

Focus on. Chuck Norris: TRIADE CHIAMA CANALE 6


Tit. or.: An eye for an eye. Usa 1981. Di Steve Carver. Su dvd Universal.

Si comincia con un dramma tipico del genere: l'agente Chuck -che stavolta non ha i baffi- perde il collega durante una missione che va a male. Come non bastasse, il suo superiore lo cazzia: e lui molla distintivo e pistola. La donna del defunto, una giornalista, viene fatta fuori. Dietro, ci sono gli affari delle triadi hongkonghesi. Chuck-Sean Kane si rivolge all'amico James Chan -intepretato dal veterano Mako, scomparso da pochi anni- che lo aiuterà a difendersi dagli attacchi e a dare l'assalto alla gentaglia del caso. Chuck Norris torna ad avere a che fare con l'oriente in questo filmetto che funziona a livello basico, e che può tornar buono per un pomeriggio in cui non si sa che fare.
Non mancano ricorrenze dei film che lo vedono protagonista: l'allenamento al sacco con i flashback del passato che pesano (tanto che l'oggetto cade per la forza dei colpi!), una sequenza di attacco notturno ai nemici, e un personaggio femminile che bene o male lo aiuta. Quando entra in scena questa collega della giornalista uccisa, si capisce già che lei sarà la donna di Chuck per questo film. Mica solo James Bond deve fare conquiste..., comunque ci viene risparmiata la breve scena di prammatica a letto.Nomi illustri nel cast, senza molte scene: Richard Roundtree (Shaft, per dirne uno) è il capitano di Norris, che dopo avergli dato il benservito si limita comodamente a tampinarlo, seguendo il suo percorso verso lo sgominamento dei malvagi. Christopher Lee (secondo nome nei credits) interpreta un distinto figlio di cagna e il suo aplomb rende gradevolmente il personaggio. Ma da segnalare è soprattutto il cattivo grosso e zoppetto, che porta alla mente l'Oddjob di Agente 007 missione Goldfinger. Uno dei momenti di culto del film è lo scontro finale tra Chuck e il titanico bastardo. I colpi del primo sembrano non fargli nulla, e viene sbatacchiato come un sacco. Ma ad un certo punto l'agente si concentra e, mollandogli tre calcioni in volto al ralenti -stavolta funzionanti-, lo stende. L'altro momento notevole è quando Chuck, arrabbiato, sgancia la sua auto dal carro della rimozione forzata, e l'addetto, capendo che non è il caso di discutere, lascia perdere: grande catarsi per tutti quelli che ce l'hanno con vigili e tutori del traffico vari (senza mai assumersi colpa). Le musiche suonano telefilmiche, ma d'altronde, a vedere questi film nel fullscreen in cui li si trova facilmente, risultano consone. Titolo italiano, bisogna dirlo, più simpatico dell'originale.
Alessio Vacchi

Memorabilia. IL GIUSTIZIERE GIALLO


Meglio non avere a che fare con questo Giustiziere giallo, protagonista del film del 1973. Nel decantare la potenza del personaggio si citano gli arti d'acciaio, e non è l'unica volta nei titoli italiani. L'immagine propone una classica posa di violenza, ma nelle locandine del genere si trovano ben altri, buffi, eccessi.
Alessio Vacchi

domenica 9 novembre 2008

Incompresi. Comici allo sbaraglio: OGNI LASCIATO È PERSO


Italia 2001. Su dvd Columbia.

Il Pierfrancesco Favino dell'attualmente in sala L'uomo che ama non è stato mica il primo attore a portare sullo schermo la sofferenza maschile amorosa... Ogni lasciato è perso è il primo film che Rita Rusic produce dopo la rottura con Cecchi Gori, insieme alla sorella Lierka. Allora ci si aspettavano grandi cose dalla Rusic, in quanto presunta forza propulsiva dell'ex marito, ma con i film che ha prodotto da sola non l'ha di certo sempre imbroccata. L'esordio al cinema di Piero Chiambretti avviene dopo anni di titubanze e progetti non andati in porto (tra cui la partecipazione al vanziniano Sognando la California*). Il conduttore, da poco uscito da una storia d'amore, sceglie un plot che ha dell'autobiografico: impersona appunto un presentatore tv, di nome Piero C. (sic), di una trasmissione sull'amore, che viene inaspettatamente lasciato dalla sua ragazza, interpretata dalla bellissima Vanessa Asbert -non troppo credibile al fianco di Chiambretti-. Il film si incentra sul percorso di sofferenza amorosa del protagonista che, mogio mogio, cerca conforto negli amici (tra cui il professore Felice Andreasi e lo psichiatra Antonio Catania), con la speranza che lei si rifaccia prima o poi viva. Cartomanti e rimedi magici non servono: voltare pagina per lui è molto difficile, anche se qualche altra donna si affaccerà.
La pellicola si apre con delle vedute di Torino, Mole Antonelliana e tetti vari, che darebbero il sorriso alla Film Commission della città. Nel corso del film si vedono vari luoghi torinesi, tra cui il teatro Carignano ed il ristorante, di proprietà di Chiambretti, F.lli La Cozza. Quando compare il personaggio della “amica del cuore” del protagonista, si capisce già che i due scopriranno di dover stare insieme. Ma il problema del film non è la scontatezza, perchè va ammesso come nell'ultima parte poco vada in una direzione ovvia; né che sia girato male, perchè la confezione c'è: il Chiambretti regista cerca un suo stile con inquadrature oblique, dall'alto, più generalmente chiudendo i personaggi in scena come in dei quadretti, cercando una deformazione ironica. E' che il tutto non regge niente bene l'ora e mezza di durata. A forza di girare in modo ombelicale intorno al protagonista ed alle annesse chiacchiere e battute sull'affrontare l'amore che se ne va ecc., finisce con l'avere scarso respiro e ad un certo punto si aspetta solo che termini. In ogni caso, tra le cose più simpatiche si possono citare la trovata del dormire insieme al portiere e relativa moglie per combattere la solitudine, e la scena con le due donne che vogliono un autografo mentre Piero si rivolge alla statua divina (“Un attimo che finisco col Signore”). Ma chi ce l'ha col cinema italiano “piccolo” nel suo frequente trattare di personaggi maschili in crisi, stia alla larga.
Un paio di scene per l'ex direttore di Raidue Carlo Freccero, nella parte proprio del direttore del canale tv in cui lavora il protagonista; mentre ha una piccola parte Vladimir Luxuria. E' l'ultimo copione a cui ha collaborato il leggendario sceneggiatore Leonardo Benvenuti, a cui il film è dedicato. Tra gli autori delle musiche figura, facendo strabuzzare gli occhi, David Lynch.
Alessio Vacchi

* fonte: Ciak gennaio 2001, pag.80.
http://www.arturovillone.it/lavori/art_ognilasciato_1.html