domenica 9 novembre 2008
La youtubata. PIERO CHIAMBRETTI 1983
domenica 2 novembre 2008
Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA, 22-31/10/2008. $ 9.99
Australia/Israele 2008.
Impreziosito dalle voci di Anthony LaPaglia, Geoffrey Rush ed altri attori australiani meno noti, $ 9.99 vede la regista Tatia Rosenthal collaborare, non per la prima volta, con lo scrittore israeliano Etgar Keret. Costata anni di lavoro, è una pellicola che facilmente piacerà, essendo animata (e questo spesso basta a creare consensi), non sciocca, dal tocco delicato. Ma mi si permetta di far sentire una voce parzialmente negativa. Il film racconta casi di vita incrociati di una serie di personaggi che vivono in un caseggiato. C'è un anziano che soffre di solitudine, un tizio lasciato dalla ragazza perchè accusato di immaturità, un signore a cui capita una brutta avventura con un figlio che cerca il senso della vita attraverso un libro acquistato per corrispondenza... Sui corpi dei personaggi si vede il lavoro umano, le tinte stese. Siamo quindi lontani da un'animazione digitale (sebbene della postproduzione, chiaramente, ci sia) e più vicini alle dita visibili nella plastilina di Wallace & Gromit. I corpi camminano rigidi -in stop motion- e hanno una boccuccia un po' grottesca, ma non si fa una colpa di questo.
E' apprezzabile che $ 9.99 sia un film d'animazione adulto, senza poi che ciò voglia dire contenuti forti, di volgarità o violenza che siano. Ma nonostante i sorrisi e il mood dolceamaro in cui culla lo spettatore, manca qualcosa. A pensarci un attimo, molto di ciò che si vede nel film risulterebbe fiacchissimo se interpretato da attori in carne ed ossa. Con l'eccezione, come minimo, del calvario fisico a cui finisce col sottoporsi uno dei personaggi per amore. Mentre al contrario, il culmine della parabola dell'angelo tradisce una paradossalità fine a sé stessa; e sì che lo stesso personaggio apre il film in una sequenza intrigante, che disorienta. E' soprattutto il reiterato, ostentato refrain del “senso della vita” che dovrebbe fare da dolceamaro collante a non convincere e a mangiare un po' di fiato al film, che pure dura poco. Perchè non ha pregnanza e si conclude in una bolla di sapone, come ampiamente prevedibile. Che cosa dice il film, cosa se ne trae? Il suo velo d'ambizione gli nuoce. Lode comunque, ci mancherebbe, all'impegno. I due cortometraggi precedenti della Rosenthal sono disponibili su youtube.
Alessio Vacchi
Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. L'HEURE D'ÉTÉ
Francia 2008. Di Olivier Assayas. Su dvd mk2 (Francia).
Il pimpante regista francese, che si è sforzato di parlare in italiano, ha introdotto l'anteprima italiana di questo suo nuovo lavoro dicendo che l'ispirazione viene dal recente lutto della madre, sebbene il mondo ritratto nel film non gli appartenga. Pur trattandosi di un film di livello dignitoso, un po' di delusione c'è. Un nucleo di fratelli deve fare i conti con la scomparsa della madre e conseguente sistemazione dell'eredità, che consiste in numerosi oggetti di valore artistico e una casa che ha, chiaramente, valore di ricordo. Ma le loro esigenze sono differenti.
Assayas struttura il film in blocchi, incorniciati, in modo soft e demodè, da dissolvenze in nero: più volte questi segmenti attaccano con l'entrata del personaggio di Charles Berling, quello maschile principale. Da parte dell'Assayas scrittore è apprezzabile il modo in cui è gestito il lutto: niente scene madri, abbiamo un poco prima e poi un dopo la dipartita della donna. Sono notevoli, da parte della regia, alcuni momenti in cui isola certi personaggi nel loro dolore: per esempio la Binoche alla camera ardente che si commuove, affranta, o Frédéric che si allontana abbattuto perchè si è reso conto che perderà la cara casa. L'autore si incarta, però, su alcune scene di dialogo poco interessanti, in cui si parla di oggetti d'arte ed eredità, che rimangono fredde sullo schermo e appesantiscono. Chiusura affidata ai giovani, con una sequenza di festa che ricorda quella di L'eau froide, in una versione minore. L'heure d'été parla dello spiacevole ma inevitabile concludersi di certi capitoli nella vita, di legami familiari che possono stare stretti e di un passato le cui vestigia tangibili si guardano passare via. E' un film tranquillo, francamente un po' troppo borghese, a cui manca quel mordente, quell'emozionalità che c'erano in L'eau froide, in Clean. All'attivo va messo comunque un po' tutto il parco attoriale, a partire da una Juliette Binoche bionda e giovanile.
Alessio Vacchi
Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. 8
Francia 2008. Di autori vari.
Dopo una introduzione con delle immagini proiettate su corpi, il primo episodio è quello di Abderrahmane Sissako, con protagonista una ragazzina etiope che va a scuola. Corretto, ha un momento di accensione quando lei dichiara il proprio pessimismo riguardo l'abbattimento della povertà. L'episodio dell'attore Gael García Bernal non suscita granchè, sebbene non sia male, immagini e voce over per una storia di affetti a distanza. Con Gaspar Noè si arriva all'episodio se non proprio più bello, più rigoroso e significativo. Provocatorio come al solito, Noè mette a disagio lo spettatore appioppandogli 17 minuti concentrati su un malato di Aids del Burkina Faso che racconta sé stesso, la sua malattia, quello che comporta. La sua voce è preregistrata e la ascoltiamo insieme ad un tappeto di pesanti bassi che pulsano, mentre Noè sta su di lui sovente in primo piano. Un paio di volte l'uomo guarda in macchina, verso la fine si alza e cammina fino a una sorta di casetta buia. Il pensiero che fa chi guarda è “sì ok, ma ora passiamo oltre”, e forse è proprio quello che Noè si prefiggeva. Jane Campion conquista un ideale secondo posto, ambientando nella sua Australia una storia di giovani che tentano di organizzarsi contro la siccità che sta attanagliando la zona. Poetico. Mira Nair gira un segmento pulito, un dramma di tradimento in interno familiare, che forse non dice abbastanza sul tema di riferimento. (l'uguaglianza di diritti tra uomo e donna). Van Sant firma una breve cosa che sembra di maniera, con riprese al ralenti, in formati “poveri”, di ragazzi che vanno in skate in cui si vede l'ombra lunga del suo ultimo Paranoid park, e cifre sulla mortalità infantile sciorinate a tutto schermo. Anche se, complice l'avvolgente commento sonoro, un'ombra di inquietudine la dà.
Il Jan Kounen di Dobermann che ci fa qui? Gira in un bianco e nero raffinato la storia di un parto sfortunato, un po' cantata un po' illustrata, ambientata in una piccola popolazione amazzone. Volenteroso, forse non gli giova l'arrivare verso la fine. La nota dolente, ma pare di sparare sulla croce rossa, è l'episodio di Wim Wenders. Purtroppo bisogna distinguere tra il come ed il cosa. Il cosa è il parlare del microcredito. Ma l'ideuzza degli oppressi che scavalcano i media e fanno sentire la propria voce affonda nell'imbarazzo, con queste persone che balzano fuori dagli schermi e spiegano tutto allo spettatore, guardando in macchina. L'episodio diventa uno spot per il microcredito: massima didatticità, cinema pochino. Da mostrare in televisione, magari.
Alessio Vacchi
Foto da The water diary, l'episodio di Jane Campion.
Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. MAN ON WIRE
UK/Usa 2008. Di James Marsh. Su dvd Magnolia (regione 1).
C'è chi non si accontenta di vivere una vita monotona e sicura, ma povera di emozioni. E lotta per realizzare i suoi sogni. Pacifico. Solo che per il Philippe Petit protagonista di Man on wire, il sogno è camminare su di un filo a centinaia di metri d'altezza, tra le defunte Twin Towers di New York. Un sogno che dopo anni di incubazione ed altre camminate estreme, con le torri in via di ultimazione decide di tradurre in pratica, insieme ad alcuni complici. Man on wire è un documentario con una marcia in più, per via di diverse ragioni. Ha una forma piuttosto coinvolgente, per via dell'impasto di musiche, tocchi di ricostruzione realizzati in modo sensato, pezzi d'epoca. Poi, per la personalità tracimante del funambolo francese, che affascina con la sua mimica, passione e coraggio. Divertito ma determinato, era cosciente che con imprese come quella rischiava la vita alla grande. Nella sua impresa si possono vedere una sfida ai limiti umani ed anche uno sberleffo al potere, con la polizia che non sa bene come trattarlo.
E' curioso come, più di lui che stava sul filo, alcuni degli intervistati si emozionino ancora a ricordare passaggi relativi alle vicende raccontate, dopo oltre trent'anni. Il lavoro diverte e talora fa venire le vertigini, nonostante la struttura che va avanti ed indietro nel tempo ed il tema che di suo poteva non essere a prova di bomba nel reggere un'ora e mezza.
Alessio Vacchi
Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. WHERE IN THE WORLD IS OSAMA BIN LADEN?
Usa/Francia 2008. Su dvd Weinstein Company (regione 1).
Morgan Spurlock è accostabile a Michael Moore, per il suo portare avanti un cinema documentaristico nel quale lui stesso si mette in scena e si propone come personaggio. Spurlock ha un atteggiamento più da burlone: infatti parte in quarta con l'umorismo, mostrando addirittura uno scontro animato, a mò di videogame, tra lui ed il temibile Osama. Ma presto diventa chiaro come il film sia, più che un documentario sul terrorista islamico, il viaggio da parte di uno statunitense nel Medioriente. Struttura il suo percorso giocosamente, a tappe come fosse la missione di un videogiocatore. Spurlock continua a chiedere qua e là dove possa trovarsi Osama, ma l'obiettivo sembra una ricognizione in questi paesi lontani, a contatto con la gente, per scavalcare i luoghi comuni dei media e rendersi conto della vita vera e dei pensieri di chi in quei posti ci sta. Come dire: attenzione, qua non c'è solo terrorismo, ma gente comune, famiglie. Ostentando un atteggiamento aperto e rispettoso, ma non per questo risparmiando una stoccata al connubio arabo tra religione e stato: una delle scene più inquietanti è proprio quando lui, guardato a vista, tenta un'intervista a due scolari arabi che però non possono rispondere alle sue domande “irrispettose”.
A spezzare anche geograficamente l'andamento del film, scene con la fidanzata di Spurlock che aspetta un bambino. A ricordare la casa, la vita che l'autore ha momentaneamente lasciato ed offrire il destro per il pistolotto finale (che mondo vogliamo, uno composto di sospetto, odio, violenza?). Il film è piacevole, umano, e quando vuole il suo protagonista sa suscitare la risata anche fragorosa. Uno dei limiti può essere il fatto che non tutto quel che viene detto è certamente nuovo, almeno per noi: Spurlock ha un pubblico base di riferimento, che è quello americano.
Alessio Vacchi
Io c'ero. Festival ed eventi vari. CINEMA. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA. APPALOOSA
Usa 2008. In sala prossimamente.
Il western è un genere che un tot di volte l'anno fa ancora capolino nella produzione americana (ma ricordiamo en passant l'australiano The proposition). Di recente abbiamo avuto il dignitoso (anche se per molti pessimo) remake di Quel treno per Yuma ed il notevole L'assassinio di Jesse James da parte del codardo Robert Ford. Ora ecco Appaloosa, nuova regia del veterano attore Ed Harris. E' un western classico: registicamente pulito, con un personaggio di antagonista che spadroneggia ingiustamente in una cittadina, una situazione di scorta ad un bandito-assalto da parte dei complici-nuova ricerca dei malviventi, una donna che giunge col treno e scompaginerà qualche equilibrio ed un personaggio che alla fine si allontana verso l'orizzonte.
I due protagonisti sono calatissimi nel loro ruolo: Harris e Mortensen li diresti parte integrante del vecchio West, con le loro espressioni ed il loro modo di parlare. La durata del film è contenuta (114') e non si avverte. Uno degli aspetti curiosi è il modo in cui viene declinato il topos dell'amicizia virile. Tra i due uomini qui arriva una donna molto civetta, che si lega al personaggio di Virgil Cole ma si rivela un po' troppo facile. Quando emerge il mezzo tradimento di lei con Everett Hitch, la cosa si risolverà a pugni? No: i due uomini isolano momentaneamente la donna e ci ragionano su. Cole si fida di Hitch, più di quanto si fidi di lei, e lo dice esplicitamente. Il compare viene prima di una donna, pure a lungo attesa (“Finora ho avuto solo puttane e squaw”).
Probabilmente chi apprezza il genere uscirà dalla proiezione con un sorrisone, avendo avuto la sua razione di sgaloppate, amicizia virile, scontri a fuoco ecc., in un film del 2008 che sembra venire dritto dal passato: anche se il cattivo che viene ingiustamente graziato può dire qualcosa ai giorni nostri. Ad Appaloosa non manca un buon respiro registico, nonostante gli scontri a fuoco siano molto secchi, non epicizzati; e nella scrittura le linee di dialogo sono precise (con l'ironia del tormentone “...che parola volevo dire?”). Gli manca qualcosa per essere un grande film, forse resta leggermente schiacciato dalla sua classicità proprio a livello di sceneggiatura.
Alessio Vacchi