domenica 26 settembre 2010

Focus on. Chuck Norris: THE CUTTER


Usa 2005. Su dvd Mondo.

Una cospirazione che coinvolge diamanti rubati, un rapimento, un investigatore privato e un implacabile assassino. Con questi elementi Chuck Norris torna al cinema action puro, lontano dalla mielosità dei film per famiglie, pronto a fare ciò per cui è nato: regalare ai suoi fans sequenze adrenaliniche e brutali combattimenti. La pellicola mette in scena l’indagine del detective John Shepherd, un loser disilluso dalla vita, che viene coinvolto in un complesso intrigo internazionale e si troverà costretto a ricorrere alla sua esperienza e alle abilità di esperto combattente per salvare delle vite innocenti. The Cutter è un’opera dignitosa, un b-movie teso e denso di azione, che riesce a esaltare le qualità di Norris, che nonostante i 65 anni è ancora credibile quando si tratta di effettuare coreografie marziali elaborate. Il ruolo del detective consumato dal peso degli anni e dai rimorsi gli calza perfettamente e l’attore riesce persino a dare una discreta caratterizzazione al personaggio. La sua entrata in scena è in pieno “Chuck style”, con la decimazione di uno stuolo di nemici che diventano semplice carne da macello. Tra le sequenze migliori sono da segnalare un combattimento all’interno di un bus in corsa, un inseguimento nei sobborghi di Washington, un paio di sparatorie dalla notevole potenza di fuoco e la resa dei conti finale, in cui il protagonista fronteggia il malvagio killer artefice della cospirazione.
Il ritmo è abbastanza elevato fin dalla prima scena, grazie alla regia funzionale di William Tannen, veterano del cinema action (Flashpoint con Kris Kristofferson, Hero and the Terror sempre con Norris). La sceneggiatura risulta però a tratti confusa e sconclusionata, peccando di eccessiva complessità e il montaggio abusa di alcuni espedienti come le immagini accelerate, togliendo realismo ai combattimenti. La produzione è targata Nu Image, che negli ultimi anni ha finanziato i film con Van Damme, Lundgren e Seagal e assicura una confezione di medio livello, consona agli standard dei direct to video. Uno dei punti di interesse della pellicola è il cast che comprende, oltre a Norris, alcune vecchie glorie del cinema di genere. Daniel Bernhardt, che qui riveste i multiformi panni (è un esperto di travestimenti) dello spietato sicario Dirk, è stato il protagonista dei numerosi seguiti di Senza esclusione di colpi e anche in The Cutter dà prova di indiscusse abilità nelle arti marziali, regalandoci uno scontro con Chuck Norris crudo, realistico e ben coreografato. Fa inoltre piacere rivedere, sebbene in un ruolo marginale, Joanna Pacula, protagonista di decine di film di genere tra gli anni ’80 e ’90, tra cui Giustizia a tutti i costi, Tombstone, Il silenzio dei prosciutti del nostro Ezio Greggio e Body Puzzle di Bava jr. Completano il cast Bernie Koppel (il Doc di Love Boat) e Tracy Scoggins (Babylon 5), volti noti agli appassionati di serie tv. In un ruolo cameo compare anche Aaron Norris.
Nel complesso The Cutter è un discreto prodotto di intrattenimento, con la giusta dose di azione e che permette a Norris di tornare un’ultima volta a sferrare calci e menare le mani, con il suo stile agile e veloce, dal forte impatto coreografico. Ad oggi questo film chiude la gloriosa carriera della star, ultimo assolo di un attore che ormai è diventato icona e mito della moderna pop culture. Ma non è mai detta l’ultima parola. Forse la parola fine non è ancora stata del tutto scritta e prima o poi il vecchio leone del Texas tornerà a ruggire.
Edoardo Favaron

Focus on. Chuck Norris: BELLS OF INNOCENCE


Su dvd Good Times Video (regione 1).

Ceres, Texas, 1932. Due nativi americani vestiti con abiti tipici degni di una festa di carnevale dell’oratorio (e con parrucche visibilmente finte) siedono attorno a un fuoco. D’un tratto giunge un uomo vestito da boscaiolo del nuovo millennio (jeans, polo e camicia!), terrorizzato e sull’orlo della follia. In lontananza una decina di fiaccole e di loschi individui incappucciati si avvicinano “minacciosi”. Gli indiani scappano ma non troveranno salvezza. Il male si è ormai impadronito del villaggio. Per sempre. La narrazione si sposta poi ai giorni nostri, in una comunità protestante che professa l’evangelizzazione nel terzo mondo. Tre giovani predicatori decidono di andare in Messico per diffondere il sacro verbo ma, in seguito a un guasto aereo, si ritroveranno nel paese maledetto. In breve tempo le forze malefiche si scatenano, tra bambini indemoniati, predicatori dediti al culto di Satana, folle assassine dedite al linciaggio ed entità arcane. I tre giovani saranno costretti a far ricorso alla propria fede e a una vecchia radio a onde corte per tentare di sopravvivere e di sconfiggere i mostri infernali. In questo bizzarro e sconclusionato delirio narrativo, Chuck Norris interpreta il ruolo di Matthew, un ranchero che vive ai confini del villaggio, in una capanna nel deserto, che si rivela una sorta di guida per i tre sventurati protagonisti. Norris sfoggia il suo tipico look western, riutilizzando probabilmente parte del guardaroba di Walker Texas Ranger, va a cavallo e snocciola alcuni dialoghi insensati e insignificanti.
È desolante vederlo in questo disastro di celluloide, spaesato e fuori parte, lui stesso incredulo di essere caduto così in basso. La pellicola, diretta dallo sconosciuto Alin Bijan, è un vero esempio di film brutto. Anzi, bruttissimo. Nulla è salvabile in quest’opera insulsa e kitsch. La trama è debole e stereotipata, quasi plagiata da opere ben superiori quali Il villaggio dei dannati o Dal tramonto all’alba, con dialoghi poco credibili e priva di qualsiasi colpo di scena, funestata anche da un arido sottotesto cristiano-evangelico. Gli effetti speciali sono ridicoli e amatoriali, impensabili per un film del 2003: esemplari i teschi che compaiono in sovrimpressione sui volti degli antagonisti, realizzati in una CG finta e imprecisa e gli occhi fosforescenti degli indemoniati, davvero inguardabili. La regia di Bijan è piatta e statica, interamente strutturata su piani fissi e larghi, incapace di creare la giusta tensione e concorre a enfatizzare il carattere semiamatoriale della pellicola. La musica è esageratamente lirica e stona con l’ambientazione country e texana. Ma la vera pecca del film è il cast. Il protagonista è Mike Norris, figlio di cotanto padre, qui impegnato anche come sceneggiatore e gli altri interpreti sono sconosciuti e incapaci di calarsi in personaggi già bidimensionali e stereotipati. Il povero Chuck si limita a regalarci qualche smorfia e qualche sorriso bonario, costretto in un ruolo che non prevede neanche un calcio, un combattimento o uno scontro a fuoco. Bells of Innocence è indiscutibilmente il punto più basso dell’intera carriera della star, che per la prima volta è relegata in un ruolo secondario. Il film non è stato distribuito nel mercato italiano: per una volta i nostri distributori hanno visto giusto.
E.F.

domenica 19 settembre 2010

Focus on. Chuck Norris: L'ULTIMO GUERRIERO


Tit. or.: Forest Warrior. Su dvd 01.

Capelli lunghi e schermigliati, abito in camoscio da nativo americano, stivaletti in pelle con frange ballerine e viso incorniciato da una barba più lunga del solito. Questo è il pittoresco look che Chuck Norris sfoggia in questa favoletta ecologista realizzata dal solito Aaron Norris nel 1996. L’attore interpreta il bizzarro personaggio di John McKenna, incarnazione dell’antico spirito della foresta di Tanglewood. Questa rigogliosa area boschiva è minacciata da avidi speculatori edilizi, che vogliono mettere le mani sulla vasta area verde per edificare e far spazio al grigiore del cemento. La foresta è il luogo preferito di un agguerrito gruppo di ragazzini, autodefinitosi I signori di Tanglewood che, spaventati dall’avanzare delle scavatrici, si appellano al sacro spirito della foresta (Norris in persona). Chuck entra in scena al ralenti, come un’apparizione salvifica di una antica divinità olimpica, peccato che sia una visione desolante e deprimente. È difficile capire come un attore che ha fatto del cinema d’azione la sua vita si riduca a girare una pellicola insulsa come questa, circondato da mocciosi irritanti che scimmiottano I Goonies e Mamma ho perso l’aereo.
L’ultimo guerriero è un seguito ideale alla mielosa atmosfera del precedente Il cane e il poliziotto, ma è ancora più scarso narrativamente e qualitativamente. Il sottotesto ecologista è più stucchevole che nei film di Seagal (in particolare The patriot e Fire Down Below) e l’intento pedagogico sul rispetto ambientale è degno di un giornalino parrocchiale. La regia del fratellino della star è più moscia del solito, il montaggio è degno di un film amatoriale e il doppiaggio italiano concorre alla demolizione della pellicola. Si rimane increduli a vedere questo spirito della foresta che lotta contro dei boscaioli bifolchi, spazzandoli via a suon di calci, pugni e giravolte. Gli scontri a fuoco sono banditi, forse perché diseducativi considerato il target di undicenni a cui il film è rivolto. Gli unici momenti degni di attenzione sono una sequenza di lotta tra Norris e sette boscaioli, in una nube di polvere, tra ralenti e mascelle serrate e il confronto finale, risolto però troppo in fretta con il solito turbinio di calci rotanti. Il film si conclude come una fiaba della buonanotte, al chiarore della luna piena, con Chuck che offre ai ragazzini un pistolotto morale su madre natura, sotto lo “sguardo” imperioso (e impietoso) della montagna e delle alte querce secolari. Non poteva esserci conclusione peggiore. Uno dei pochi motivi di curiosità è rivedere Michael Beck, protagonista de I guerrieri della notte, ormai ridotto a lavorare in operazioni di basso livello come questa.
Talvolta i vecchi guerrieri dovrebbero avere il coraggio di compiere una scelta tanto difficile quanto necessaria: ritirarsi. Questo film dimostra che forse anche per il leggendario Chuck era giunta l’ora di andare in pensione. In Italia il film ha beneficiato di un ampio numero di passaggi su Rai e tv satellitari.
Edoardo Favaron. Immagine da voyagetothebottom100.blogspot.com.

Focus on. Chuck Norris: IL CANE E IL POLIZIOTTO


Tit. or.: Top Dog. Su dvd 01.

Immaginate un film che unisce i “capolavori” televisivi Tequila e Bonetti, Il commissario Rex e La signora in giallo, il tutto miscelato con una spruzzata di Walker Texas Ranger e, ciliegina sulla torta, il pathos familiare di Fermati o mamma spara. Questo cocktail (agitato, non mescolato) è ciò che offre Il cane e il poliziotto, film del 1995 diretto da Aaron Norris. Chuck Norris, rilanciato dal successo planetario di Walker Texas Ranger, produce una pellicola rivolta ai grandi e (soprattutto) ai piccini, direttamente destinata al mercato dell’homevideo. Ma il film per famiglie non si sposa con la violenza tipica delle precedenti pellicole della star. Norris, volenteroso nel dispensare buoni sentimenti a piene mani, sceglie come coprotagonista un cagnone peloso di nome Reno, indigesto e irritante da vedere e da sopportare, una bestiola talmente poco aggressiva da far sembrare Lassie e Rin Tin Tin dei Pitbull da guardia!
L’attore veste i panni del detective di San Diego Jack Wilder, impegnato a salvare la comunità locale da alcuni terroristi membri di un gruppo paramilitare che predica la supremazia della razza ariana, una sorta di moderno Ku Klux Klan nazistoide senza svastiche e senza cappucci bianchi. Norris, in serie difficoltà nella risoluzione del caso, decide quindi di chiedere aiuto al suddetto cagnolino e…all’amata madre, un’arzilla vecchietta in fase geriatrica. Unendo forze e intuito l’allegra compagnia riuscirà a fermare i terroristi prima che si compia una strage. Il film, nonostante l’inutilità e la risibilità della trama, offre alcuni sprazzi di vero Chuck style. Il nostro beniamino regala un buon numero di calci volanti, alcuni dei quali capaci di distruggere vetrate e tettoie, gli scontri a fuoco sono credibili e il ritmo è sufficiente per evitare di cedere al sonno (anche grazie alla breve durata di 80minuti). Anche il climax, che vede un vescovo, un rabbino e un santone segregati in una limousine e minacciati da un ordigno pronto ad esplodere è simpaticamente trash e ben costruito su un funzionale montaggio alternato. Ma Chuck da solo non basta. La fotografia e la regia di Aaron Norris (già autore di Missing in action 3, Delta Force 2, Hellbound...) sono disarmanti nella loro piattezza televisiva e l’intera operazione risulta inutile e stucchevole, inferiore a tanti episodi del serial sul ranger più famoso del Texas. Anche i fanatici cattivoni sono insulsi e privi di carisma e si prestano come semplice bersaglio per le acrobazie del protagonista e per i morsetti del pulcioso cagnolino. Tra gli interpreti si riconoscono il veterano Timothy Bottoms e il figlio d’arte Francesco Quinn; gli altri membri del cast sono attori televisivi senza particolare talento.
Il cane e il poliziotto è quindi un film che regala qualche sporadico momento tipicamente “norrisiano” (le sequenze migliori) che farà gongolare i fan della star, ma complessivamente è più un film per bambini che per gli amanti dell’action e la sua collocazione ideale è quella televisiva.
Edoardo Favaron

The freak show. AMITYVILLE DOLLHOUSE


Usa 1996. Su dvd Stormovie.

Amityville Horror, film del 1979 diretto da Stuart Rosenberg, ebbe un grande successo di pubblico, originando, come ogni trionfo commerciale, una lunga serie di seguiti. Tra questi Amityville Dollhouse, realizzato per il mercato homevideo da Steve White, produttore televisivo qui alla sua prima e unica esperienza dietro la macchina da presa. Il film narra le vicende di una tipica famigliola americana, appena trasferitasi in una inquietante magione rurale. Nel capanno degli attrezzi, il pater familias trova una casa delle bambole che, da buon padre tirchio e disattento, non esita a regalare alla sua figliola di dieci anni. Come già anticipato dal titolo, è questa casa delle bambole a rivelarsi un vaso di Pandora pronto a liberare forze arcane e demoniache. Queste sataniche presenze non tardano a impossessarsi dei componenti della famiglia, facendo prevalere il lato oscuro di ognuno di loro. Il padre diventa brutale e aggressivo (sono espliciti i riferimenti al Jack Torrance di Shining), la madre ha fantasie erotiche sul figliastro e la bimba rischia la morte per l’eccessiva vicinanza con i giocattoli diabolici. Solo il fuoco potrà purificare quest’ambiente imputridito dal male.
Una trama esile e scontata che conferma la prima impressione, chiara fin dai titoli di testa: Amityville Dollhouse è un prodotto similtelevisivo, girato male. White si dimostra incapace di gestire la tensione, utilizzando piani fissi, statici, che paralizzano il ritmo dell’intera pellicola e persino i semplici campi-controcampi nelle sequenze di dialogo appaiono finti e stucchevoli. Gli interpreti sono anch’essi insufficienti, volti senza personalità e senza qualità e il doppiaggio italiano non aiuta a migliorarne la credibilità recitativa. Persino le bamboline malefiche sono ridicole, con un aspetto più simile a strumenti voodoo che al Chucky de La bambola assassina) e in generale il film ha carenza di ritmo, tensione e ironia. Siamo quindi lontani dal valido capostipite della serie come dal discreto seguito diretto da Damiano Damiani (Amityville Possession, 1982). L’unico aspetto degno di nota è il lato melodrammatico, forse involontario, derivato dalle contrastate e burrascose dinamiche familiari, che disgregano il nucleo abitativo più delle presenze sataniche. Volendo forzare le intenzioni di mero intrattenimento dell’operazione, si può infatti ravvisare una critica di fondo all’ipocrisia americana, alla classica famiglia “da Mulino Bianco” presente in tanti film, che sotto la fatua superficie di felicità, nasconde scheletri e fantasmi pronti a venir fuori, magari sospinti da qualche bizzarra forza soprannaturale. Ma nonostante questa possibile lettura sociologica, Amityville Dollhouse rimane un prodotto di scarsa qualità, inconcludente e talvolta ridicolo, buono solo per una serata masochistica all’insegna della totale noia cinematografica.
E.F.

domenica 12 settembre 2010

Focus on. Chuck Norris: HELLBOUND


Usa 1994. Su dvd Stormovie.

Dopo aver decimato cinesi, vietnamiti, russi, terroristi palestinesi e narcos sudamericani, Chuck Norris si trova orfano di antiamericani da sterminare e così decide che è finalmente arrivato il momento di affrontare nientemeno che… un emissario di Satana! Hellbound-All'inferno e ritorno è un film tanto bizzarro da diventare trash e cult. L’improbabile trama, che vede un poliziotto americano affrontare un demone fino in Palestina per salvare l’intera umanità, ne è la prima conferma. L’intreccio è un coraggioso frullato di Indiana Jones, L’esorcista e dei numerosi thriller millenaristici prodotti a inizio anni ’90. Norris cerca di rilanciare una carriera ormai alla deriva, tentando di allargare il proprio target di aficionados agli amanti dei film horror, ma l’effetto è opposto. Pochi spettatori e carriera ancora più in discesa libera: il film viene distribuito solo in vhs (almeno in Usa) e risulta essere una delle opere meno note dell’attore. La dose minima di sparatorie, calci rotanti e inseguimenti anche in questo caso è assicurata, ma non basta a elevare la qualità di quest’opera che non riesce a beneficiare neanche dell’ambientazione esotica (Gerusalemme). E’ però interessante notare come il film anticipi alcuni elementi dell’imminente Walker Texas Ranger: la coprotagonista femminile è Sheree J. Wilson, futura compagna del ranger più famoso di Dallas e per la prima volta l’attore ha un partner di colore (Calvin Levels, attore dal backgorund teatrale mai esploso sul grande o piccolo schermo), contraltare ironico e dissacrante, peraltro anche fisicamente simile al ranger Trivette. Ed è proprio con questo Trivette ante litteram che si aprono dei siparietti da buddy movie che intervallano le scene thriller, frantumando ulteriormente il ritmo già blando e monotono. Norris è granitico e serioso come suo solito ma, in questo contesto simil fantasy, si dimostra eccessivamente rigido e impacciato.
Il regista Aaron Norris, fratello della star, non riesce a dare vigore alle rare coreografie marziali e non dà ampiezza al respiro della messa in scena, conferendo all’intero film un aspetto televisivo simile a un episodio della serie Relic Hunter. Inoltre sono evidenti i limiti di budget, impietosamente mostrati negli scarni effetti speciali e nel prologo ambientato durante le crociate, in cui le poche comparse sono agghindate con costumi degni di una recita scolastica. Anche l’aspetto del demone è esilarante, nonostante il volto e lo sguardo di Christopher Neame risultino naturalmente inquietanti. In questo quadro di globale desolazione qualitativa, bisogna evidenziare un elemento riscontrabile solo a posteriori, che riesce però a limitare la negatività della visione: l’effetto nostalgia, per cui anche un film involontariamente demenziale come Hellbound può essere visto fino alla fine senza spegnere il videoregistratore. Proprio in questa ottica di recupero, Hellbound si rivela un film da guardare con un sorriso smaliziato, apprezzando la sincerità con cui è stata realizzata un'opera come questa che fa dell’intrattenimento, per quanto improbabile, la sua unica ragion d’essere.
Edoardo Favaron

Incompresi. Comici allo sbaraglio. BIBO PER SEMPRE


Italia 2000. Di Enrico Coletti.

Già verso la fine del 2000, quando Bibo per sempre si avvia ad uscire incassando ben poco, Teocoli lascia trapelare di esserne poco soddisfatto. Anni dopo, senza più remore, dirà riguardo la sua carriera nel cinema: "Ho fatto un film che ha visto solo mia madre e da allora non c’è stato più nulla da fare"*.
Teocoli è Bibo Cedrelli, un attore comico, sposato con figlie, che attraversa un momento di crisi esistenzial-lavorativa. Come non si sentisse realizzato, apprezzato, come non sapesse bene chi è e cosa voglia fare. Complice la conoscenza del ruvido senza tetto interpretato nientepopodimeno che dallo scrittore Luis Sepúlveda e dello strambo personaggio di Marco Della Noce, manda in crisi i rapporti coi dirigenti tv e con la moglie (Anna Galiena), fino a trascorrere una giornata fuori casa da barbone. Al termine, come prevedibile, torna alla dimora familiare e ottiene un ridimensionamento più umano del suo impegno lavorativo nei panni di altri.
E' chiaro il parallelo tra cinema e vita, tra Bibo e l'attore-imitatore Teocoli. "Qual'è il vero volto di Bibo Cedrelli?", si legge su un giornale. Il problema non è l'eventuale banalità della "crisi" del protagonista, ma (tra gli altri) che il film sui problemi del mestiere d'attore dice ben poco e balbettando. Bibo sembra un autodistruttivo che fa cavolate improbabili e poi cerca di essere compatito. Ma i toni dolceamari e le note musicali tenere non impediscono allo spettatore di ritenerlo un po' coglione. All'inizio incuriosisce il vedere la preparazione e la messinscena degli sketch, che si formano sotto i nostri occhi (e che coinvolgono la soubrette rumena Ramona Badescu) e che vanno a ramengo. Ma la cosa non risulta credibile e non funziona. Per esempio, quando Bibo registra una televendita per una bevanda energetica, questa è contenuta in grossi flaconi che paiono di detersivo, la scenografia non è realistica, poi arriva Della Noce truccato-sfigurato e dopo aver bevuto distrugge tutto. I manager giacca-cravattati si arrabbiano, ma se sanno che il lavoro di Cedrelli è creare queste buffonerie, perchè lo chiamano e perchè ogni volta se la prendono? E' un aspetto male impostato, al punto che si arriva a chiedersi che lavoro faccia di preciso.
Comunque, Teocoli ha così modo di prodursi in diversi personaggi: Bill Clinton, Hulk Hogan... Inaspettata, giunge addirittura, in un sogno del protagonista che imita il cinema muto (bianco e nero, segni, didascalie, fotogrammi a minore velocità), l'imitazione dell'Harold Lloyd in bilico di Preferisco l'ascensore. E' una cosa che lascia il tempo che trova, ma i critici seri direbbero che è un sacrilegio. Altrove, è come se Teocoli volesse strizzare l'occhio al pubblico, di provenienza televisiva, proponendogli qualcosa di riconoscibile, come l'infilata di imitazioni che chiude il film -Galliani, Maldini tra gli altri - , o proprio guardando in macchina nelle sue performances: sia nell'imitazione di Celentano fatta a favore di camera** che nel bacio finale con la moglie, lei guarda in camera e sorride, chiamando il sorriso spettatoriale, come dire: "Che simpatico quest'uomo!".
Spesso il film sembra un'infilata di situazioni comiche loffie e purtroppo, al posto delle risate, si ha l'imbarazzo. Il peggio sono le due sequenze consecutive in cui Teocoli prima mostra il sedere - ballando nudo nel tentativo di stuzzicare la moglie - , poi sedere e pacco da dietro i vetri della doccia e la scenetta di Nosfy (Nosferatu), col vampiro che perde la dentiera, una di quelle cose che si visionano guardandosi attorno e sperando che non ci sia nessuno. Si aspettano i momenti in cui è in scena la Galiena per sbirciarne il seno materno, ma non è un buon segno. Va meglio con Della Noce: la sua maschera, con quella voce, è un po' stucchevole ma non è male come freak urbano drogacciato, ad esempio quando alla fine fa irruzione al mercato del pesce per fermare l'invasione del mondo delle sardine (sic): Teocoli è narciso ma il film gli concede i suoi momenti. Cameo di Ale e Franz nella parte di due camerieri di ristorante che litigano di fronte ai clienti. In una gag è protagonista una ronda padana.
A.V.

*http://www.davidemaggio.it/archives/11470/teo-teocoli-va-in-pensione-e-tuona-la-mori-e-celentano-strani-e-un-po-egoisti, **http://archiviostorico.corriere.it/2000/novembre/11/Teocoli_mai_piu_amico_Celentano_co_0_0011117237.shtml