domenica 5 settembre 2010

In sala. I MERCENARI



Chi scrive va pazzo per i film d'azione, sin da bambino quando passava le lunghe estati davanti alla tv, a dilettarsi con le peripezie di Van Damme & co. E spesso fantasticava di un film che unisse sullo schermo tutti i più grandi interpreti di quel cinema. Ora il sogno degli amanti dell'action si è concretizzato.
The Expendables (da noi semplicisticamente I mercenari) è arrivato ed è prima di tutto un film di attori, muscoli, sangue e sudore. Stallone riesce a creare uno dei cast più incredibili dell’ultimo ventennio, unendo grandi star del genere e vecchie glorie, dando vita a un film imprescindibile e imperfetto, che non si può fare a meno di amare. Già dal prologo Sly trascina gli spettatori in un mondo che odora di cadaveri e cordite: una nave al largo della Somalia, ostaggi e pirati, presagi di morte. I mercenari entrano in scena con proiettili, granate e coltelli. E’ solo l’inizio ma in questi primi minuti sta il "senso" del film. Azione, sangue e ironia, una somma tipica dell’action anni 80-90, a cui Stallone dimostra apertamente di ispirarsi. I riferimenti e le citazioni si sprecano. La trama, molto povera e priva di veri colpi di scena, è il difetto principale del film e unisce elementi presenti in opere come Lo specialista, Man of War-L’ultima missione, Danni collaterali, Rambo 2, Il ponte del dragone, Delta Force, Missing in action... : la sceneggiatura risulta un semplice canovaccio su cui innestare una miriade di sequenze d’azione. E il vero punto di forza della pellicola è questo. Stallone spinge il suo anfibio sull’acceleratore, in un tripudio di esplosioni, sparatorie e combattimenti corpo a corpo, superando quantitativamente anche John Rambo, che rimane però un'opera più matura e compiuta. La regia è essenziale e funzionale, la mdp si muove frenetica durante l’azione e si immobilizza durante i momenti riflessivi e introspettivi (...sì, c’è spazio anche per lacrime e sentimenti).
Le scene d’azione sono pirotecniche, girate con gusto compiaciuto per il grand guignol, tra sangue in CG, corpi che letteralmente esplodono (gustosissimo Dolph Lundgren armato di lanciagranate nel prologo) e ossa che sonoramente si spezzano. Ogni elemento della messa in scena trasporta nel vivo del conflitto, in mezzo a questo team duro e scanzonato: Stallone esibisce i corpi, i muscoli scolpiti e tatuati dei suoi interpreti, icone di un certo cinema. Lui ripropone l’eroe impavido interpretato in numerose pellicole, ma non monopolizza la scena, lasciando abilmente spazio ai compagni. Jason Statham simboleggia il cinema action moderno, una sorta di figlio adottivo di Stallone, pronto a prendere il testimone lasciato dal "grande vecchio". Jet Li, poco valorizzato e penalizzato da un impietoso doppiaggio, è il simbolo del cinema hongkongese a base di arti marziali e velocità. Randy Couture e Terry Crewes sono stati scelti per la loro mole imponente e i loro trascorsi nel wrestling, come Steve Austin. Eric Roberts torna ad affrontare Stallone sedici anni dopo Lo specialista e si conferma funzionale ai ruoli di villain, con un volto scavato e sornione, dando un leggero spessore a un personaggio bidimensionale e stereotipato. Al suo fianco fa piacere rivedere Gary Daniels, attore marziale mai esploso nel cinema mainstream, protagonista di una miriade di film direct to video (tra cui Fist of the North Star, ispirato a Ken il Guerriero). Ma su tutti stanno Dolph Lundgren e Mickey Rourke: il gigante svedese presta il suo viso segnato a un personaggio complesso e forse irrisolto, il traditore del gruppo. Roccioso, ironico, convincente nella sua interpretazione, è sempre esaltante vederlo impugnare un’arma o sferrare colpi ai malcapitati avversari (esaltante lo scontro con Jet Li), dimostrandosi uno dei pochi attori della sua generazione ancora in grado di essere credibile come “duro a morire”. Mickey Rourke, guida morale del gruppo, è come sempre immenso; il suo corpo disfatto si inserisce perfettamente in questa galleria di patibolari e il monologo in primissimo piano, tra lacrime e denti d’oro è quasi shakespeariano. Parlando dei rimpianti ed errori di una vita sembra fare un’amara riflessione sulla sua esistenza di ribelle amato e rinnegato da Hollywood. Guest stars di rilievo, Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger, presenti insieme a Stallone in una scena che diventa istantaneamente cult.
Stallone riesce quindi a raggiungere il suo scopo, realizzando un film che è un revival e un rilancio di un cinema che rischia di diventare un mero reperto archeologico. Nonostante le carenze strutturali evidenziate (trama, personaggi poco definiti), I mercenari è un puro divertissement, un grande giocattolo mirabolante che per un’ora e mezza ci prende per mano e riporta indietro nel tempo, in quell’epoca in cui il cinema d’azione regalava piccoli capolavori destinati, come i loro interpreti forzuti, a diventare leggenda.
E.F.

A domanda rispondo. BEATRICE RING


L'attrice francese racconta la sua esperienza nel cinema italiano degli anni 80. Senza peli sulla lingua. Enjoy...

Partiamo da Zombi 3... Dove è stato girato?
A Los Banos, nelle Filippine, a due ore e mezza da Manila attraverso una strada molto accidentata. Los Banos è un luogo di villeggiatura famoso per i fanghi (e per le zanzare!).

Lucio Fulci...
Fulci era un uomo anziano e scorbutico. Era molto malato sul set ed aveva una pancia enorme (come una donna incinta di 9 mesi), camminava tenendosi una mano su questo pancione. Una volta l'ho toccato, era molto duro, da "santone". Il poveretto si stancava facilmente sul set e lo abbandonava per farlo dirigere ad altri, come il direttore della fotografia o i responsabili degli stunt che hanno finito per aggiungere molte loro scene che non erano sullo script. Era veramente sboccato e imprecava senza soste, era volgare e cattivo con tutti eccetto sua figlia, che era tranquilla e non si faceva notare. Non gli prestavamo molta attenzione e viceversa. Ogni pochi giorni doveva andare a farsi estrarre l'acqua dalla pancia, facendo la strada dissestata che portava all'ospedale di Manila. Francamente, non lo rispettavo. Non avevo visto nessuno dei suoi film ma sapevo che non era interessato a lavorare seriamente sulle capacità degli attori e che i suoi interessi erano l'orrore e gli effettacci, ma volevo essere il più professionale e distaccata possibile. In due occasioni ci scontrammo. Aveva ideato una scena dove svenivo mentre correvo e sembava che morissi. Il cameraman era di fronte a me mentre giacevo a terra. Fulci si arrabbiava perchè continuavo a muovermi e non "morivo", quindi urlava "Muori puttana Eva, muori - ma questa non muore per la miseria, che ca**o!". Ero mortificata ma finchè la camera filmava potevo solo stare lì sulla schiena senza dire nulla.
In un'altra scena che abbiamo girato e rigirato, entravo in una stazione di servizio abbandonata e camminavo chiedendo se ci fosse qualcuno in giro. Fulci continuava a dire che avrei dovuto sembrare preoccupata ed agitata ma siccome non c'era nulla per cui intimorirsi non volevo andare in "overacting". Sapevo che tutti gli altri attori lo stavan facendo ed ero molto preoccupata che poi il film finisse coll'esser visto da un regista che mi avrebbe giudicata una cattiva attrice. Così ho continuato a rifare la scena, forse 20 volte. Quel che ricordo chiaramente è che Fulci era sempre più furioso e continuava ad imprecare e urlare, ma io continuavo a recitare la scena proprio come l'avrei fatta in una produzione americana. Devo dire che sono contenta di aver fatto così, perchè rivedendola la mia recitazione è dignitosa, anche senza l'aiuto di Fulci. Che poi ha fatto qualcosa di indecente, dopo quella scena. Ha detto ad uno stunt, alla quarta ripresa, di strizzare davvero il mio collo mentre mi attaccava, e ne ho riportato contusioni serie. Voleva una reazione forte e l'ha avuta, è una scena dove sto per essere strozzata a morte... perchè sto per essere strozzata a morte! Non potrò mai perdonargli le vessazioni cui mi ha sottoposto per questo stupido filmetto.

Il film è stato finito da Bruno Mattei e Claudio Fragasso...
Non c'ero quando ripresero a girare altre parti del film. Dopo che finirono di lavorare con noi, avevo sentito dire che il film era troppo corto e che avevan dovuto girare più scene, con un altro regista.

Che ne pensi del tuo personaggio, Patricia?
Mi piaceva che guidasse una bella macchina e che si dimostrasse una donna indipendente e forte.

E delle scene di azione?
Cosa intendi per "scene di azione"? In certe scene sembra un film di Ridolini...

Altri aneddoti sulla tua esperienza nel film?
Quando sono giunta nelle Filippine, l'agente alla dogana ha lasciato passare tutti eccetto me perchè avevo un passaporto francese e la Francia è l'unico paese da cui richiedono un visto. Avevo passato 22 ore su un aereo ed ero veramente esausta. Per permettere di pagare la tariffa extra per il volo, parte dell'equipaggiamento della troupe era stato spedito a mio nome, quindi se io non potevo sbarcare, non poteva essere prelevato. Un agente è rimasto nella stanza accanto mentre stavo in un hotel in attesa di volare a Hong Kong il giorno dopo e ottenere un visto al consolato filippino. Deran [Serafian] ed io stavamo assieme, quindi è venuto con me. Ho ricevuto una lettera dalla Flora film che mi dichiarava come star di Zombi 3 e in quanto tale avevo bisogno del visto. All'ambasciata, i due addetti hanno letto la lettera e riso a crepapelle. Poi con un sorriso mi han detto che non potevano darmi un visto, perchè il mio passaporto sarebbe scaduto entro cinque mesi. Ero veramente stufa del tutto. L'ambasciata francese mi è venuta in aiuto e in due ore avevo un nuovo passaporto e sono tornata a Manila. Quando avevo fatto i miei bagagli a Roma, avevo pensato di stare andando ad una vacanza: ho messo via cappelli, pareo e costumi da bagno pensando che mi sarei goduta i fine settimana alla spiaggia. Ma una volta lì, eravamo nell'entroterra, quindi non c'era l'oceano. Era caldo ed umido ed eravamo circondati da acque fangose, che trasportavano milioni di insetti ovunque. E' stato un ritorno alla realtà abbastanza triste. Quando sono entrata nell'atrio dell'hotel dove alloggiavamo, ho visto su un tavolo piatti da cena con due enormi scarafaggi corazzati che mangiavano gli avanzi. Ho urlato, per far capire agli inservienti degli insetti: loro li han guardati e mi hanno riso in faccia. Ho capito di essere finita all'inferno. Questi scarafaggi erano dovunque e la cosa peggiore era che erano impossibili da uccidere, anche se li calpestavi correvano via velocemente. Di notte ci dovevamo coprire con le lenzuola fino al collo. Dicevano che gli scarafaggi scalavano i muri e una volta in cima ricadevano sui letti o sul pavimento rumorosamente.
Dopo tre settimane di set, il mio corpo era coperto di punture di zanzara. Un giorno, uscita dalla doccia, sono rimasta nuda di fronte allo specchio con un evidenziatore e ho fatto un cerchio intorno ad ogni puntura sul mio corpo: ne ho contate 33. Una settimana dopo, ho avuto la febbre alta e non potevo lavorare. Ho chiesto di fare l'esame della malaria e un dottore locale è arrivato con un infermiera, ha preso un campione del mio sangue che è risultato negativo. Non c'era stato tempo di vaccinarsi per la malaria perchè siamo entrati nel cast meno di una settimana prima di prendere l'aereo. Ci sono voluti molti giorni per guarire dalla febbre, non so quanti, mi sentivo come drogata, stavo lì seduta sul mio balcone tutto il giorno a guardare la gente del posto, i cani e i bambini che giocavano nel fango. Pensavo che non avrei più rivisto la mia famiglia e la mia casa. Nel fine settimana, arrivavano le prostitute e cercavano i membri della troupe, sebbene molti fossero sposati, era triste. Deran ed io conservavamo i nostri spiccioli per la guardarobiera, faceva carità per la gente in prigione. Un fine settimana decidemmo di visitare Pax San Juan (famosa attrazione turistica con la sua cascata) e scoprimmo che era un posto noto anche per la prostituzione minorile, spesso bambini sotto i dodici anni e che i loro maggiori clienti venivano dall'Europa e dall'America. Ci dissero che le famiglie potevano vendere i loro figli per 1000 dollari e venivano raggruppati in questi bordelli. A tredici anni venivano scaricati perchè troppo vecchi per la clientela e finivano suicidi, criminali o in prigione. La povertà era ovunque e dopo aver visto i polli mangiare la spazzatura ai lati della strada, non ho più voluto ordinarli al ristorante.
Tornando al set, il caldo era tremendo, i condizionatori lavoravano senza sosta ma di notte alcuni che erano rotti facevano un gran rumore ed era dura prendere sonno. Alle 5 di mattina qualche volta un gruppo di preghiera veniva a cantare nel cortile fino alle 7. Alle 9 il calore era così intenso che tutti volevano tornare a casa. Una delle attrici era famosa per le sue abilità sessuali ed alcuni uomini blateravano delle sue qualità. Ero nervosa al pensiero che lei cercasse il mio ragazzo e speravo che loro due non finissero insieme. Un'altra strana coppia si era formata durante la lavorazione, ma preferisco non parlarne... si facevano un sacco di battutacce su loro due. Bisogna capire che in sei settimane, la mente svaporava a causa del clima, della povertà e disperazione tutto attorno... Addirittura ho poi scoperto che due persone dall'Australia erano ricercati per criminalità e stavano nascondendosi nelle Filippine ed in Malesia!
Il primo giorno di riprese, eravamo su una sponda di fiume che ho immediatamente riconosciuto come il posto in cui è stato girato Apocalypse Now. Ho visto quel film forse otto volte, adoro Martin Sheen, Robert Duvall, la fotografia, la regia ecc. La gente sul set mi confermò quell'impressione e ne fui molto contenta. Il prezzo dell'acqua era così caro che la produzione decise di servire solo soda sul set, e così non potevamo mai dissetarci. Ad un tratto non ce la feci più e decisi di vuotarmi sulla testa una lattina di soda all'arancia: grave errore. Era appiccicosa e gli insetti mi vennero addosso. I filippini della crew vennero in mio soccorso e mi pulirono. Impossibile avere acqua, che incubo! Gli stuntmen venivano sostituiti settimana dopo settimana. Realizzai che dovevano aver lavorato per pochi dollari al giorno, erano assolutamente sfruttati. Nella scena doeve cadono da un tetto, non c'era nulla su cui atterrare se non sporcizia. Ad ogni ripresa li vedevo farsi male alle gambe, alle caviglie e andarsene via tenendosi l'un l'altro con facce sofferenti. Al che Fulci utilizzava un altro gruppo di stunt e così via, ad ogni ripresa la stessa storia. Nella scena in hotel dove gli zombie vengono sparati, dell'esplosivo era caricato sotto i vestiti e assicurato al torace degli attori. Dopo la scena, han tolto loro gli indumenti e i loro corpi eran feriti dove c'era l'esplosivo perchè non avevano adeguata protezione sulla pelle, finivano contusi e ustionati.
Gli uccelli che si vedono in strada a muoversi lentamente erano stati iniettati di aria. Era terribile veder queste grosse siringhe infilate negli animali, la stessa siringa bestia dopo bestia. Il responsabile degli effetti diceva che non sarebbero morti, sarebbero solo stati semiincoscienti per mezz'ora. Non appena gli uccelli sembravano riprendersi e poter volare, lui accorreva e iniettava altra aria. Ero in lacrime, ma che potevo farci: a Fulci stava bene e nessun'altro protestava. Se fosse oggi, chiamerei l'associazione per la protezione degli animali dal cellulare, ma eravamo in mezzo al nulla. Dopo la venuta dell'uragano e aver abbandonato l'hotel, ho scoperto che gli uccelli, nelle loro gabbie, erano stati lasciati là dentro durante la tempesta ed alcuni erano morti. Due di essi mi commossero molto e li ho fotografati. Stavano vicini l'un l'altro, sembravano aver sofferto così tanto che non parevano neppure più uccelli. Forse ho ancora le loro foto.

Cosa ne pensi degli effetti speciali e del gore di questo film?
Ridicoli. A chi vuole vederlo, dico di comprare una confezione di pile per il telecomando, di modo da utilizzare il fast forward durante il film.

Intervista di Edoardo Favaron, 2008. Prima parte. Foto da Zombi 3.

Incompresi. I MIEI PIU' CARI AMICI


Italia 1998. Su dvd Cecchi Gori.
Warning: il seguente pezzo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale che possono compromettere la visione a chi non conosce il film ed intende vederlo.

Non è passato un secolo, ma poco più di un decennio da quando Alessandro Benvenuti aveva preso a girare film con una certa costanza e considerazione critica. Un periodo iniziato con Belle al bar del 1994 (già a fianco di Eva Robin's) e conclusosi con questo film. L'attore tornerà alla regia cinematografica solo nel 2003 per Ti spiace se bacio mamma?.
Un gruppo di amici che lavorano nel mondo dello spettacolo riceve da un amico che non vede da anni, Alessio, l'invito a unirsi a lui per il suo compleanno ed essi lo raggiungono in un castello fuori mano. La diffidenza degli amici verso di lui ha un motivo: Alessio aveva scritto una commedia su di loro, I miei più cari amici, ma l'aveva fatta interpretare ad altri. Ma il padrone di casa sta nascondendo loro delle cose e scopre le sue carte man mano. Prima di tutto, vuole far interpretare finalmente a loro la commedia, per saldare i conti. In mezzo a battibecchi, strani eventi causati forse da presenze fantasmatiche e prove sul palco poco serene, il colpo di scena decisivo giunge a circa 2/3: gli ospiti del castello sono ripresi e spiati ad opera di un regista senza scrupoli. Siamo nel 1998, il Grande fratello deve ancora venire e l'operazione viene definita come una grande "candid camera". Alessio si stufa di questa situazione che ha accettato per debiti di gioco, dice finalmente agli amici la verità e insieme pongono fine allo show, recitando di fronte alle telecamere nascoste.
Prodotto da Cecchi Gori come il precedente Ritorno a casa Gori, I miei più cari amici vede un Benvenuti che pare impegnato a consolidarsi, perfezionarsi ed alzare il tiro come autore di commedie saporite e corali. Si pone a capo di un cast mica male: i fidati Athina Cenci e Vito (attore gay debolissimo e ipocondriaco), Eva Robin's (pornostar dalla scarsa autostima, che si sente capace di comunicare con gli uomini solo tramite il sesso), Alessandro Gassman (playboy che però fa cilecca con le due stuzzicanti cameriere), Zuzzurro e Gaspare in una delle loro rarissime sortite su grande schermo (il duo Bric e Brac), Umberto Smaila nei panni del regista laido e sgranocchiante - la cui presenza aumenta l'effetto sorpresa - , in piccoli ruoli Flavio Bucci, Gianmarco Tognazzi, Roberto Ciufoli e Tiziana Foschi della Premiata Ditta, Marco Messeri.
Benvenuti gira sempre a suo modo, la sua regia è marcata e si fa notare per i movimenti di macchina (qua e là superflui, certi dolly...). Sin dall'introduzione dei personaggi procede veloce, ad alto voltaggio, anche disordinato. Sembra volere stringere gli attori e le loro battute in quadretti dal ritmo conciso e simpatici. Un metodo non incompatibile con quello di Pieraccioni, ma Benvenuti è più bravo e non cerca sistematicamente la risata. Come volesse dimostrare di saper fare del cinema: non solo di saper girare, perché si sente la volontà di scrivere, nonostante le battutacce, una sceneggiatura degna di questo nome (Benvenuti la firma insieme al giornalista e scrittore Alberto Ongaro), con battute curate che però, spesso, odorano di copione. Le tematiche si intravvedono abbastanza chiaramente: l'arte che riprende la vita, la vita che diventa arte (o meglio, tv), la confusione fra realtà e finzione-messinscena - certe modalità di Alessio di proporsi agli amici ( i fuochi a cena, il fiammifero acceso al buio), gli amici che si accordano per recitare e lo fanno fino alle estreme conseguenze (simulando un omicidio), all'insaputa dello spettatore-regista diegetico - . Forse Benvenuti ha meno da dire di quanto sembra, ma l'intrattenimento non è stupido e meglio le sue accuratezze che la sciatteria.
Battute non male. Dopo che Alessio ha dichiarato che farà conoscere agli amici l'anziana madre, "Ma non era orfano?", "Da piccolo"; il guardiano degli schermi tv che si distrae uscendo ad osservare la Robin's (che nella vita è un trans, per inciso) che si spoglia e fa il bagno: "Che donna!"; Alessandro Gassman che urla in un litigio: "Io sono un moderato! E voto Pierferdinando Casini perchè mi dà fiducia!...".
Alessio Vacchi

Incompresi. Comici allo sbaraglio. AFFETTI SPECIALI



Ecco a voi il film dei Gemelli Ruggeri, ovvero Luciano Manzalini ed Eraldo Turra, coppia comica attiva in televisione dagli anni Ottanta. I due interpretano questo film a fine di quel decennio, quando ottengono popolarità sul piccolo schermo con L'araba fenice di Antonio Ricci, ma Affetti speciali è un'esperienza che casca nell'invisibilità. Peccato per loro, ma è pane per questa rubrica. Lo sfortunatissimo film in questione, alla cui sceneggiatura collaborano, non è il loro unico lungometraggio, ma è l'unico da protagonisti ed ha una datazione "slittante": in una scena si vede un calendario del 1987, su alcune fonti è dato come 1988, sull'astuccio della vhs è 1989, ma risulta uscito limitatamente solo nel 1991.
Due fratelli molto diversi, non solo fisicamente ma anche caratterialmente: Cris, di stazza, è un "uomo che ama le donne": con i suoi sorrisi stampati, fa cedere come niente fosse quasi tutte le donne che incontra, senza fare niente, come fosse predestinato a un tranquillo piacere. Ivano è strano al limite della malattia mentale, vive in un mondo mentale tutto suo, comunica a suo modo ed anche il suo lavoro è singolare: ogni mattina va a piedi a presidiare un poco trafficato passaggio a livello. La loro vita comunque trascorre placida, i due sostanzialmente si vogliono bene e vivono con la anziana madre e sua nipote (Sabina Guzzanti). Quando la madre si sente male e viene ricoverata, l'unico modo per tenerla in vita è affidarsi alle costose cure di un medico privato (Felice Farina, il regista): questi la piazza su di un imponente apparecchio frankensteiniano, con leve e luci, dove la donna resta a vegetare. Certamente qualcosa si è incrinato nella vita dei due, a cui piacerebbe tornare a vivere "come prima": anche Cris è teso e addirittura fa cilecca con la assistente del dottore. Sarà il gesto "matto" di Ivano a sbloccare le cose, spegnendo il macchinario maddoctoriano in un tripudio di scoppiettii e fumi. Nell'ultima "poetica" inquadratura vedranno sorgere di notte all'orizzonte la scritta "Fine".
Film particolare questo, che sarebbe facilissimo stroncare. Esile, surreale, è impostato su di un ritmo adagiato e stralunato che ben si accompagna alla recitazione dei due protagonisti, o più precisamente al personaggio di Ivano. Anche le battute sono pronunciate in modo staccato le une dalle altre e neppure gli snodi narrativi importanti accelerano il ritmo del film, che resta sostanzialmente "orizzontale". Tenero, quasi toccante, il film trasmette a tratti, complice il bel (quasi eccessivamente) tema musicale, un senso di drammaticità esistenziale, il che è già qualcosa; pure le ambientazioni desolate sono consone.
Certo, la polpa è poca, il film sembra sempre viaggiare ad un metro da terra con la sua leggerezza senza planare mai e non tutte le situazioni funzionano: le battute mattoidi di Ivano talora strabordano nell'imbarazzo. Le risate sono ben poche, sovrastate da qualche sorriso e da un senso persistente di malinconia. Piero Natoli ha due piccoli ruoli: il camionista borchiato che aggredisce (si fa per dire) Ivano e un dottore, Remo Remotti è un venditore ambulante. La Guzzanti invece si ritaglia uno spazio comico che sembra anticipare il suo futuro, quando il suo personaggio intervista con voce alterata la zia.
A.V.

Memorabilia. PORNO VINTAGE



Un "Memorabilia" piccante, a base di film vietati ai minori risalenti all'epoca in cui certe cose si cominciavano a vedere in sala. I piaceri privati di mia moglie e Penetration sono flani datati 1978. Se l'"erotica moglie" ha un grande successo, il pubblico di Jasmine la Rouge è persino fremente ed incontenibile (sembra di vederlo muoversi sulle seggioline), anche se non erano ancora anni di hard vero e proprio nelle sale italiane, se non di contrabbando. Digitando su Google "Jasmine la Rouge penetration" si ottengono una serie di link relativi a Jasmine Rouge, attrice hard rumena (bionda) attiva ora. La pornocarovana dovrebbe risalire al 1981: qui, castamente, non ci sono immagini, se non quelle che si possono creare in mente figurandosi il plot descritto sul flano, con cowboy e pellerossa una volta tanto uniti ad aspettare la speciale carovana.
A. V.

domenica 13 giugno 2010

Incompresi. Comici allo sbaraglio. SAREMO FELICI


Italia 1989.

Il fantasma de I vitelloni aleggia inevitabilmente su Saremo felici, che mostra una Cesenatico non solo nella sua veste estiva, ma in quella molto più grigia dei mesi non assolati, in cui i protagonisti trascorrono la loro vita. E' una tipica vita di provincia, col suo fulcro in un bar, per i protagonisti. Checcone gestisce una stazione di servizio e sogna di fare il ballerino in America con Maddalena, ragazza che vorrebbe ma tratta male, quasi con autolesionismo; Mirko (Maurizio Ferrini), nullafacente, corteggia una donna francese di passaggio; Lorenz, spiantato, con una moglie e un figlioletto che sembra non aver sostanze e voglia per curare, ha velleità di cantautore; Caronte lavora nel traghettino tra le due sponde della cittadina e cura nerdisticamente la videoteca di casa. Ognuno ha sue speranze o sogni infondati di successo. L'approssimarsi di una serata-show estiva può essere una occasione per Mirko, Maddalena e Lorenz, ma l'unica cosa che i maschi sapran fare è una plateale lite che manda a monte l'evento. Finale a distanza di un po' di tempo, con alcune cose che paiono ricomposte ed altre che, si lascia intendere, proseguono come prima.

Il presentatore Corrado Tedeschi fa praticamente sè stesso (il suo personaggio si chiama Corrado) impersonando il conduttore dello show, a cui Maddalena cerca di aggrapparsi per agguantare un po' di successo, venendo però trattata con freddezza. I protagonisti sono dei bamboccioni che non si invidia e che Brunetta sicuramente prenderebbe a sberle: sulla quarantina, vivono ancora coi loro genitori. Checcone, per esempio, matura ora la ribellione contro il padre, ex partigiano chiuso nel suo mondo. Ma se gli uomini sono così, alle donne non va meglio: il personaggio di Amanda Sandrelli si deprime andando inutilmente dietro a Mirko, Maddalena come accennato cerca l'uomo giusto per inserirsi, la moglie di Lorenz tira avanti aspettando che il marito torni, si accenna ad un suo inciucio con Caronte ma la sceneggiatura qui sembra monca.
Film.tv.it lo definisce senza mezzi termini "fatto coi piedi e recitato ancora peggio", e scrive che Ferrini è meglio nei panni della signora Coriandoli. Le ultime due cose non sono prive di fondamento, comunque si tratta di un film gentile, non volgare, un po' triste, lievemente noioso, che sul tema trattato (vita piatta in provincia ecc.) non aggiunge niente di particolare. La morale, declamata dal personaggio della Sandrelli, è scontata (la felicità non è per forza in città, si vuole sempre ciò che non si ha...) e chi detesta il cinema italiano di piccolo respiro eviti, ma tutto sommato si può vedere. Maurizio Ferrini, in una delle sue poche sortite su grande schermo, è coautore del soggetto. Belle sia Alessandra Martines pre-Fantaghirò, mamma in bicicletta (è la moglie di Lorenz) che Jo Champa (Maddalena), attrice nel suo periodo felice in Italia. Passato inosservato all'epoca, la sua esistenza è oggi affidata ad una vhs Vivivideo. Lazotti, all'esordio al cinema, ha poi diretto Tutti gli anni, una volta l'anno, altro film corale di amarezze e rendiconti.
A.V.

Incompresi. Comici allo sbaraglio. L'ULTIMO CRODINO


Italia 2009. Di Umberto Spinazzola. Su dvd Dolmen.

Uno, soprannominato Crodino (Ricky Tognazzi), vive una vita un po' al di sopra delle sue possibilità, cercando di mantenere una bella donna (Serena Autieri). L'altro, soprannominato Pes (Enzo Iacchetti), è un operaio divorziato che deve soldi a vari, contrariati colleghi. Insieme aprono una cascinella di prodotti biologici che dura pochissimo, perchè gli animali si ammalano. A Crodino viene una bizzarra ispirazione: trafugare la bara del fresco defunto patron di Mediobanca, Enrico Cuccia, e chiedere un riscatto ai suoi familiari. I due mettono la cassa al sicuro, ma delinquenti non ci si improvvisa e le cose non andranno come vorrebbero.
Aperto dalle immagini della mitica intervista di Stefano Salvi ad un Cuccia sguardo a terra e muto, girato e ambientato nella bassa val di Susa, tra Condove e dintorni - con qualche esterno nel centro di Torino - , il film è la storia di due sfortunati che "ci provano", un po' come La lingua del santo di Mazzacurati a cui è spesso associato, ma l'unico vero risultato che ottengono è creare un evento nella routine della vita di provincia. Più ottimista Crodino, più facile alla demotivazione Pes, i due cercano di fare un salto più grande di loro con un crimine singolare, teoricamente in grande stile. Ma stentano a prendersi sul serio e ancor più ad essere presi sul serio come ricattatori, complici il caso ed errori grossolani. Per incastrarli, giunge "dall'alto" un consulente per le forze dell'ordine, una di quelle figure di oscuri burattinai che si fa intendere stiano dietro le loschezze d'Italia, il quale pronuncia una buona battuta: a Messeri che gli chiede da quanto stia visibilmente male per l'ulcera, risponde "Da Ustica".
Premiato da un prevedibile insuccesso, il film però merita qualche possibilità, almeno in televisione. La regia non ha sempre le idee chiare (ad un certo punto c'è un'impennata di macchina a mano enfatica che stona), ma L'ultimo Crodino ha un ritmo decente, tensione narrativa (il montaggio alternato fra Crodino che cerca di liberarsi da un impiccio e Pes che fugge convinto sia finita, il chiudersi del cerchio coadiuvato dalle intercettazioni - servono commenti?-), fa sorridere e svela un Enzo Iacchetti bravo e credibile come attore semiserio, dall'aria sbattuta e lontano dalle facezie televisive. Tognazzi non è malaccio, ma risulta più "attore". Si rivede volentieri un canuto Marco Messeri nella parte del bonario maresciallo, mentre Dario Vergassola ha il piccolo ruolo del barista, riuscendo comunque a pronunciare la parola "figa".
Questo è il primo film italiano che utilizza il "naming placement", cioè l'utilizzo di un marchio già nel titolo, le cui "o", sul manifesto, sono sostituite da tappi della nota bevanda. Purtroppo la sponsorizzazione non si ferma lì: il soprannome del personaggio di Tognazzi, il sentirlo chiamare continuamente "Crodino" e una didascalia finale che informa che è stato visto al bar a bersi un Crodino, sono un po' imbarazzanti. Iacchetti è rimasto comprensibilmente male per l'insuccesso del film, cui probabilmente teneva per farsi conoscere in una veste diversa, accusando casa produttrice e distributrice di aver fatto poca e cattiva pubblicità, senza riuscire ad avviare il passaparola. Al punto tale da trasformarsi in paladino fuorilegge per difendere il film: "Ho rubato una copia e la proietterò dovunque mi chiamino devolvendo sempre i soldi [...] ai cassaintegrati della zona"*.
Alessio Vacchi

Torino Sette n.1021, 24-30/4/'09.