domenica 5 settembre 2010

Memorabilia. PORNO VINTAGE



Un "Memorabilia" piccante, a base di film vietati ai minori risalenti all'epoca in cui certe cose si cominciavano a vedere in sala. I piaceri privati di mia moglie e Penetration sono flani datati 1978. Se l'"erotica moglie" ha un grande successo, il pubblico di Jasmine la Rouge è persino fremente ed incontenibile (sembra di vederlo muoversi sulle seggioline), anche se non erano ancora anni di hard vero e proprio nelle sale italiane, se non di contrabbando. Digitando su Google "Jasmine la Rouge penetration" si ottengono una serie di link relativi a Jasmine Rouge, attrice hard rumena (bionda) attiva ora. La pornocarovana dovrebbe risalire al 1981: qui, castamente, non ci sono immagini, se non quelle che si possono creare in mente figurandosi il plot descritto sul flano, con cowboy e pellerossa una volta tanto uniti ad aspettare la speciale carovana.
A. V.

domenica 13 giugno 2010

Incompresi. Comici allo sbaraglio. SAREMO FELICI


Italia 1989.

Il fantasma de I vitelloni aleggia inevitabilmente su Saremo felici, che mostra una Cesenatico non solo nella sua veste estiva, ma in quella molto più grigia dei mesi non assolati, in cui i protagonisti trascorrono la loro vita. E' una tipica vita di provincia, col suo fulcro in un bar, per i protagonisti. Checcone gestisce una stazione di servizio e sogna di fare il ballerino in America con Maddalena, ragazza che vorrebbe ma tratta male, quasi con autolesionismo; Mirko (Maurizio Ferrini), nullafacente, corteggia una donna francese di passaggio; Lorenz, spiantato, con una moglie e un figlioletto che sembra non aver sostanze e voglia per curare, ha velleità di cantautore; Caronte lavora nel traghettino tra le due sponde della cittadina e cura nerdisticamente la videoteca di casa. Ognuno ha sue speranze o sogni infondati di successo. L'approssimarsi di una serata-show estiva può essere una occasione per Mirko, Maddalena e Lorenz, ma l'unica cosa che i maschi sapran fare è una plateale lite che manda a monte l'evento. Finale a distanza di un po' di tempo, con alcune cose che paiono ricomposte ed altre che, si lascia intendere, proseguono come prima.

Il presentatore Corrado Tedeschi fa praticamente sè stesso (il suo personaggio si chiama Corrado) impersonando il conduttore dello show, a cui Maddalena cerca di aggrapparsi per agguantare un po' di successo, venendo però trattata con freddezza. I protagonisti sono dei bamboccioni che non si invidia e che Brunetta sicuramente prenderebbe a sberle: sulla quarantina, vivono ancora coi loro genitori. Checcone, per esempio, matura ora la ribellione contro il padre, ex partigiano chiuso nel suo mondo. Ma se gli uomini sono così, alle donne non va meglio: il personaggio di Amanda Sandrelli si deprime andando inutilmente dietro a Mirko, Maddalena come accennato cerca l'uomo giusto per inserirsi, la moglie di Lorenz tira avanti aspettando che il marito torni, si accenna ad un suo inciucio con Caronte ma la sceneggiatura qui sembra monca.
Film.tv.it lo definisce senza mezzi termini "fatto coi piedi e recitato ancora peggio", e scrive che Ferrini è meglio nei panni della signora Coriandoli. Le ultime due cose non sono prive di fondamento, comunque si tratta di un film gentile, non volgare, un po' triste, lievemente noioso, che sul tema trattato (vita piatta in provincia ecc.) non aggiunge niente di particolare. La morale, declamata dal personaggio della Sandrelli, è scontata (la felicità non è per forza in città, si vuole sempre ciò che non si ha...) e chi detesta il cinema italiano di piccolo respiro eviti, ma tutto sommato si può vedere. Maurizio Ferrini, in una delle sue poche sortite su grande schermo, è coautore del soggetto. Belle sia Alessandra Martines pre-Fantaghirò, mamma in bicicletta (è la moglie di Lorenz) che Jo Champa (Maddalena), attrice nel suo periodo felice in Italia. Passato inosservato all'epoca, la sua esistenza è oggi affidata ad una vhs Vivivideo. Lazotti, all'esordio al cinema, ha poi diretto Tutti gli anni, una volta l'anno, altro film corale di amarezze e rendiconti.
A.V.

Incompresi. Comici allo sbaraglio. L'ULTIMO CRODINO


Italia 2009. Di Umberto Spinazzola. Su dvd Dolmen.

Uno, soprannominato Crodino (Ricky Tognazzi), vive una vita un po' al di sopra delle sue possibilità, cercando di mantenere una bella donna (Serena Autieri). L'altro, soprannominato Pes (Enzo Iacchetti), è un operaio divorziato che deve soldi a vari, contrariati colleghi. Insieme aprono una cascinella di prodotti biologici che dura pochissimo, perchè gli animali si ammalano. A Crodino viene una bizzarra ispirazione: trafugare la bara del fresco defunto patron di Mediobanca, Enrico Cuccia, e chiedere un riscatto ai suoi familiari. I due mettono la cassa al sicuro, ma delinquenti non ci si improvvisa e le cose non andranno come vorrebbero.
Aperto dalle immagini della mitica intervista di Stefano Salvi ad un Cuccia sguardo a terra e muto, girato e ambientato nella bassa val di Susa, tra Condove e dintorni - con qualche esterno nel centro di Torino - , il film è la storia di due sfortunati che "ci provano", un po' come La lingua del santo di Mazzacurati a cui è spesso associato, ma l'unico vero risultato che ottengono è creare un evento nella routine della vita di provincia. Più ottimista Crodino, più facile alla demotivazione Pes, i due cercano di fare un salto più grande di loro con un crimine singolare, teoricamente in grande stile. Ma stentano a prendersi sul serio e ancor più ad essere presi sul serio come ricattatori, complici il caso ed errori grossolani. Per incastrarli, giunge "dall'alto" un consulente per le forze dell'ordine, una di quelle figure di oscuri burattinai che si fa intendere stiano dietro le loschezze d'Italia, il quale pronuncia una buona battuta: a Messeri che gli chiede da quanto stia visibilmente male per l'ulcera, risponde "Da Ustica".
Premiato da un prevedibile insuccesso, il film però merita qualche possibilità, almeno in televisione. La regia non ha sempre le idee chiare (ad un certo punto c'è un'impennata di macchina a mano enfatica che stona), ma L'ultimo Crodino ha un ritmo decente, tensione narrativa (il montaggio alternato fra Crodino che cerca di liberarsi da un impiccio e Pes che fugge convinto sia finita, il chiudersi del cerchio coadiuvato dalle intercettazioni - servono commenti?-), fa sorridere e svela un Enzo Iacchetti bravo e credibile come attore semiserio, dall'aria sbattuta e lontano dalle facezie televisive. Tognazzi non è malaccio, ma risulta più "attore". Si rivede volentieri un canuto Marco Messeri nella parte del bonario maresciallo, mentre Dario Vergassola ha il piccolo ruolo del barista, riuscendo comunque a pronunciare la parola "figa".
Questo è il primo film italiano che utilizza il "naming placement", cioè l'utilizzo di un marchio già nel titolo, le cui "o", sul manifesto, sono sostituite da tappi della nota bevanda. Purtroppo la sponsorizzazione non si ferma lì: il soprannome del personaggio di Tognazzi, il sentirlo chiamare continuamente "Crodino" e una didascalia finale che informa che è stato visto al bar a bersi un Crodino, sono un po' imbarazzanti. Iacchetti è rimasto comprensibilmente male per l'insuccesso del film, cui probabilmente teneva per farsi conoscere in una veste diversa, accusando casa produttrice e distributrice di aver fatto poca e cattiva pubblicità, senza riuscire ad avviare il passaparola. Al punto tale da trasformarsi in paladino fuorilegge per difendere il film: "Ho rubato una copia e la proietterò dovunque mi chiamino devolvendo sempre i soldi [...] ai cassaintegrati della zona"*.
Alessio Vacchi

Torino Sette n.1021, 24-30/4/'09.

domenica 30 maggio 2010

Tra pagina e schermo. SENZA UN ATTIMO DI TREGUA


Tit. or. Point Blank. Usa 1967. Su dvd Warner (regione 1).

Uscito di galera, Parker si mette sulle tracce dell’ex-moglie e di un complice che lo hanno tradito. Non si fermnerà di fronte a nulla pur di raggiungere il suo obiettivo, inimicandosi perfino l’Organizzazione…
Fra gli anti-eroi partoriti dalla crime-fiction del ventesimo secolo uno dei più longevi e interessanti resta sicuramente Parker, il professionista della rapina. Creato dal giallista Donald Westlake, che firmava i romanzi di questa serie noir con lo pseudonimo Richard Stark, Parker è stato portato più volte sullo schermo. Questo film di John Boorman è tratto dal primo romanzo del ciclo, The Hunter (uscito da noi col titolo Anonima carogne); e aldilà degli indunbbi meriti artisti, è interessante notare come il Parker di Boorman sia “altro” da quello di Westlake. Sulla carta il Parker di The Hunter è incattivito e smanioso di vendetta, un criminale con un codice d’onore ma trasformato in una belva sanguinaria dopo il tradimento subìto dalla moglie e da un complice che ne era diventato l’amante e la detenzione; premessa per quello che sarà il percorso evolutivo nei romanzi successivi, con il nostro (anti)eroe che pian piano andrà acquistando una maggiore freddezza, risaltando per la sua professionalità e capacità non solo di rimuovere gli ostacoli sul proprio cammino ma anche di accettare l’eventualità della sconfitta. Un vero “duro”, insomma; uno che sa di non avere niente da perdere.
Diverso è il Parker voluto da Boorman; Lee Marvin impersona un fuggiasco, un uomo stanco e amareggiato che dopo l’iniziale molla della vendetta realizza poco a poco che il codice d’onore fra ladri cui si è sempre attenuto non esiste più… o forse non è mai esistito. Nel suo ambiente non ci si può fidare di nessuno; e perfino i gangsters dal grilletto facile si rivelano più affidabili dei delinquenti in doppio petto che li manovrano per poi sbarazzarsene quando non servono più. Parker ha imparato sulla propria pelle questa lezione; e non ci sta a trasformarsi in un burattino. Andrà per la sua strada, sentiremo ancora parlare di lui; ha perso moglie, amici, rinunciando perfino al denaro che gli spettava. Ma, proprio come il suo alter ego letterario, non si è rammollito; la sua fuga non è vigliaccheria, è dettata dal puro istinto animale che gli suggerisce di non fidarsi. Sopravvivere è dura, nella giungla d’asfalto; Parker due o tre trucchi per eccellere in quest’arte è ancora in grado di insegnarli.
Corrado Artale

domenica 16 maggio 2010

Incompresi. DELITTO SUL PO


Italia 2001.

Di Antonio Rezza avevamo già recensito Escoriandoli, il suo primo lungometraggio. Qualche anno dopo ci ha riprovato, per la seconda e finora ultima volta, con questo Delitto sul Po, codiretto con la sodale Flavia Mastrella. Si tratta di un film più piccolo, low budget e misconosciuto, prodotto da Gianluca Arcopinto con la sua defunta e coraggiosa casa Pablo.
In poco più di 70 minuti, il film mette in scena qualcosa che somiglia ad un poliziesco, ma all'insegna dello straniamento e del nonsense. Il commissario impersonato da Rezza, vestito in trench, emerge dalle acque per indagare su quanto vediamo accadere: tre tizi - tra cui l'altro sodale di Rezza Armando Novara ed Elisabetta Sgarbi, ringraziata sui titoli di coda per aver fatto conoscere l'ambientazione - ne accoppano un altro. Rezza pedina, diciamo così, i sospetti, mentre la macchina da presa continua a tornare sul luogo del delitto. Poi li pesca, inevitabilmente: nelle sue parole, "le indagini sono basate sulla visibilità dei sospettati" e "c'erano solo loro tre: chi cazzo dovevo arrestare!?". Gli assassini continuano ad essere sbattuti tra la cella (vedi dopo) e una sala dove vengono interrogati con mimica brutalità, in catene. Un giornalista impiccione viene pure arrestato brevemente e nell'ultima parte le sorprese non mancano: uno dei tre si suicida, un altro evade e vede la Madonna francese (sic). Purtroppo la vede anche il commissario, che ne rimane scioccato. Gli evasi, che ora sono due, ottengono però il fatto loro da parte di... bah, raccontarlo a parole è stucchevole e non rende.
Il tutto è girato in un formato panoramico accentuato da una regia a base di inquadrature con la macchina da presa piegata da un lato, primi piani o riprese dal basso. Le ambientazioni sono limitate, la principale è la riva del delta del Po, in cui avviene il misfatto, in cui l'ispettore continua a muoversi e che funge anche da carcere: una grata di ferro, ficcata nella terra all'occorrenza. Poi c'è il commissariato, una stanza in cui lui entra ed esce maltrattando una donna in divisa ed un uomo, il capitano Harris, a cui sono riservate alcune sequenze in cui si presenta con una frase registrata in inglese, un'introduzione allo Shenker method (sic). Il suono è ostentatamente aggiunto in postproduzione, come accade in molti corti di Rezza. Lui doppia alcuni altri personaggi (che dicono poco), dal canto suo il morto emette una specie di belato e l'assistente del commissario "ruggisce". Ma soprattutto, il film è diviso da alcuni secondi di schermo nero in microsequenze della durata di una trentina di secondi ciascuna, perchè inizialmente concepito in queste pillole destinate alla trasmissione televisiva.
Insomma, al confronto Escoriandoli è un film commerciale. Qui Rezza e Mastrella, oltre a parodiare a loro modo un genere (il commissario tra l'altro riceve telefonate preoccupate da superiori vari), si spingono di più dentro uno sperimentalismo che tocca anche la forma cinematografica e il risultato può estenuare. Alla lunga l'impressione di cazzeggio e di incartamento si fa strada (consapevole, senza dubbio: il commissario stesso esprime il dubbio che il pubblico possa stancarsi!). Ci sono cose geniali (il giornalista ciccione e il suo modo di esprimersi, l'"interpretazione" dei rapporti sessuali), Rezza si ritaglia spazi in cui piazza scenette e monologhi lampo dei suoi, ma l'impostazione del tutto, quasi autosabotatoria, certo non va incontro allo spettatore. Se Rezza piace, qualche sorriso è assicurato, ma non è il lavoro ideale per avvicinarvisi. Sotto, i primi minuti del film.
A.V.

domenica 9 maggio 2010

Incompresi. DE GENERAZIONE



Il film a episodi, vecchia abitudine del nostro cinema popolare, negli anni Novanta è ancora praticato qualche volta: nel 1994, anno di
L'unico paese al mondo, vede la luce pure De generazione, lungometraggio che vede uniti undici giovani registi esordienti in shorts fortemente tendenti verso l'horror. Dopo il premio del pubblico al Mystfest, la distribuzione del film è stata limitata e De generazione è poi comparso in vhs (solo a noleggio) e sulle reti a pagamento. Un film quindi un po' rimosso, che però visto oggi si rivela un tassello interessante nelle carriere di alcuni personaggi e un'operazione con delle carte da giocare, a dispetto del severo giudizio Mereghettiano, che lo liquida come un Adrenaline all'italiana tra Sam Raimi, Avanzi (Guzzanti e Pierfrancesco Loche tra gli attori) e il videoclip.
Dopo una didascalia autoironica, che definisce il film già una pietra miliare, si parte con una sorta di dichiarazione d'intenti: Arrivano i nostri (di Giorgio Bellocchio) vede un agitato Alessandro Haber parlare al telefono con Gillo Pontecorvo (che non vediamo), quando nel suo ufficio irrompono dei giovani zombies (tra essi, i Manetti bros.) che lo costringono alla fuga e a tentare di difendersi con un David di Donatello. Seguono proprio i Manetti col loro "Consegna a domicilio": horror commedia con un giovane alle prese con un corpulento uomo che vuole assolutamente consegnargli un mobile richiesto (a sua insaputa) dalla compagna. Volenteroso e più che sufficiente pure il successivo Just another vampire story (di Andrea Maulà), che mette in gioco il vampirismo venandolo di omosessualità in salsa dandy: in un locale gotico, un tizio ne abborda un altro, il quale cerca di convincerlo di essere un vampiro. Colpo di scena finale.
La tv fa male ai bambini? (di Alberto Taraglio): una bambina, lasciata sola dai genitori a cena con amici, vede animarsi il tv di casa, che si muove e dentro cui uno speaker sembra avercela proprio con lei. Da brividi questo elettrodomestico minaccioso e fa sorridere l'ironia verso l'atteggiamento degli adulti nei confronti del mezzo. In Vuoto a rendere, di Alex Infascelli, c'è ancora Haber nei panni dell'impiegato di un'azienda dalla situazione tesa e precaria. Una volta tornato a casa lo attende una tristezza analoga e un'estrazione di numeri in tv molto particolare. Episodio sicuramente tra i migliori, che traccia in due sequenze un microcosmo alternativo appiccicoso, con ottime atmosfere e un finale a dir poco tranchante. Ruolino muto per Frankie Hi-Nrg.
Prospettive di Asia Argento (costumi della sorella Fiore, aiuti i Manetti) è l'episodio più breve ed il meno afferrabile, molto onirico. Alzo le mani e mi affido alla definizione di cinematografo.it: "un balordo volo panoramico psicoanalitico con un ombrellone sollevato dal vento". Catene (di Antonio Antonelli) vede protagonista Corrado Guzzanti in una delle rarissime sortite al cinema. In una compagnia di amici maschi, alcuni vengono letteralmente ridotti con la catena al collo dalle loro donne. Lui spera di scamparla e conosce una fanciulla che sembra diversa... Palese metafora dell'amicizia maschile incrinabile dalle donne e della ginefobia, carino a patto di non prenderlo alla lettera. In India 21 (di Andrea Prandstraller), un taxista notturno romano ha a bordo un cliente "invisibile": a bordo c'è una borsa e una voce maschile chiede di essere portata a destinazione. L'autista rischia di impazzire, ma il giorno dopo tutto sarà chiaro (...quasi). Finalmente insieme (di Eleonora Fiorini), l'episodio più forte ed efficacemente horror, vede una coppia alle prese coi lavori dentro la nuova casa, ma i due sono vittime di incubi tali da farli agire nella realtà scagliandosi drammaticamente l'uno contro l'altro. Squeak! (di Alessandro Valori), con Asia Argento e le musiche di Federico Zampaglione (insieme a Daniel Bacalov) è invece uno dei segmenti più deboli, in cui la cinefilia esibita e l'autoironia non bastano a convincere. Un gruppetto di scalcagnati squattusi rapisce un tizio sfortunato per girarci uno snuff-movie, ma ci si metterà di mezzo anche un'altra banda che usa le arti marziali. Sui titoli di coda, "Urna" di Elio e le Storie Tese.
Pur cercando sempre di trarre il possibile da ambientazioni ed atmosfere, i risultati sono discontinui, ma con almeno quattro centri su dieci... pollice medio. Paolo Bellizzomi, su cui gli autori si sono divertiti a stimolare domande sui titoli e sulla locandina (vedi sopra), è un attore che compare in ognuno degli episodi.

A.V.

domenica 2 maggio 2010

Focus on. Chuck Norris: SIDEKICKS


Usa 1992. Di Aaron Norris. Su dvd in Francia (4:3, fuori catalogo).

Chuck e i ragazzini. Anche nel suo film precedente, Omicidio incrociato, ve n'era uno con cui stringeva amicizia. Qui un ragazzo è protagonista, e Norris ritorna ad avere un ruolo non di primo piano, come negli anni della "gavetta", ma carico dell'esperienza sui set. L'attore interpreta infatti sè stesso. Barry (Jonathan Brandis, scomparso a 27 anni) è uno studente asmatico grande fan dell'attore, su cui concentra tutta la sua abbondante attività di sognatore anche ad occhi aperti. Si immagina continuamente situazioni in cui combatte a fianco di Chuck. Ma la realtà a cui viene sempre ricondotto è quella della sua scuola, in cui è sfottuto e bullato dal solito prepotente e non riesce a conquistare una ragazzetta. La sua comprensiva insegnante gli fa conoscere lo zio, un ristoratore cinese sui generis che prende ad allenarlo, tra corse ed arti marziali. Le sue scene sono solitamente accompagnate da un tema musicale a base di batteria pesante e notarelle "orientaleggianti", ma la nota più curiosa è che lo interpreta Mako, già incontrato da, o meglio scontratosi con Norris in Triade chiama Canale 6. Comunque, il bullo da' al giovane l'idea di sfidarsi ad un torneone di arti marziali che si tiene da lì a poco. Qui Barry conoscerà Chuck, che accetterà di entrare a far parte del suo team (è necessario essere in quattro per iscriversi).
Avete mai pensato di trovare del metacinema nei film di Norris? Ebbene, qui ce n'è: i sogni del ragazzo sono talvolta parodie di film del nostro, come Rombo di tuono, con lui che esce dall'acqua insieme a Chuck smitragliando i nemici e ancora Omicidio incrociato, di cui viene parodizzata la sequenza di resa dei conti. Altrimenti sono comunque situazioni eccessive, fumettistiche: il sogno di apertura lo vede fiancheggiare il suo idolo nel menare un'orda di ninja, mentre i due roteano scalciando insieme, altrove è torturato da una specie di nazistone mentre Chuck, legato, gli dice di resistere. Vediamo anche Norris alle prese col western, vestito da pistolero in un saloon, ma qui il più lo fa il ragazzo che è sfottuto per aver chiesto del latte ma poi da' una lezione a un ceffo in modo simile a quanto faceva Terence Hill in un suo film ("Su i calzoni!").
C'è dell'ironia nel film, decisamente. Se è normale trovarla nella "tradizionale" sequenza della mandria di prepotenti da sgominare al ristorante (lo fa il cinese), i personaggi sono spesso burleschi: lo è spesso il ristoratore-maestro, lo è l'allenatore montato, trainer del bullo, che disprezza apertamente Chuck e lo sono i vari cattivoni dei sogni. L'ultima parte, ambientata al torneo-esibizione, è un po' lunghetta. Chuck combatte contro il suo "nemico", stendendolo in modo cartoonesco, mentre la sfida tra Barry e il suo rompiballe non avviene con un match diretto ma a suon di prove di sfasciamento mattoni con la mano di taglio. Non si crea un gran rapporto tra Norris e il suo fan, è più una collaborazione ed alla fine tra i due c'è un dialogo che forse è l'ennesimo sogno ad occhi aperti di Barry. Meno peggio di come ci si potrebbe aspettare, in parte scontatello, un po' infantile se si vuole ma almeno con idee autoironiche non da bocciare. Su youtube, al momento, l'intero film è visibile diviso in parti.
A.V.