domenica 17 gennaio 2010

Incompresi. NERO


Italia 1992. Su dvd Ripley (dal 19 gennaio).
Warning: il seguente pezzo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale che possono compromettere la visione a chi non conosce il film ed intende vederlo.

Prodotto da Claudio Argento, Nero è sicuramente un film abbastanza fuori dai canoni italiani, una black comedy, qualcosa tra l'horror e il grottesco, diretto da quel Giancarlo Soldi responsabile del pessimo Mistero del panino assassino già qui recensito. Soldi collabora col padre di Dylan Dog, Tiziano Sclavi: insieme scrivono il film, mentre Sclavi dà forma al suo romanzo Nero. Nonostante il suo nome, la pellicola distribuita dalla Titanus non entra neppure nei primi cento incassi stagionali. Una traccia della trama: Federico si vede chiedere dalla sua ragazza di andare a recuperare la crema anticellulite nell'appartamento del suo altro uomo. Entrandovi, trova il suo cadavere che cerca di nascondere, finchè non entra in scena un laidissimo investigatore privato che lo ha seguito e lo ricatta. Quando questi esagera, è il caso di farlo fuori, e i cadaveri da trattare per la coppia ora sono due. Mettendosi nei panni dell'investigatore, Federico riceve poi degli ordini di omicidio difficili da eseguire.
E' un film consciamente sopra le righe, a cominciare dai personaggi di primo e secondo piano, con un'atmosfera pesante, oppressiva (il fullscreen con cui Nero circola, contribuisce). Le luci sono calde, in vista, oppure c'è un inquietante buio. La regia di Soldi è presente, virtuosistica, con molti primi piani di Castellitto ma anche soggettive, movimenti a 360 gradi ecc., come a cercare così un'intensità e uno stile... cultizzabile (vedi dopo). Sicuramente rispetto al film precedente c'è un miglioramento e una qualche chiarezza di idee; anche se di sugo non ce n'è molto e a voler calcar la mano si tratta di un cazzeggio consapevole, almeno intrattiene.
Il protagonista è sempre più invischiato in un vortice di omicidi, costretto a ripetere i suoi gesti in un gioco al rilancio fumettistico, anche forzato, in cui non si vede via d'uscita. Alla fine, dal paradosso si giunge al nonsense: il che non aiuta, non che ci si potesse aspettare una quadratura delle cose, dato l'andazzo, ma dato che già "l'elemento che innesca la storia è assolutamente pretestuoso, ma tutti gli snodi della trama sono fondamentalmente privi di interesse. Tutto il plot è semplicemente un grimaldello per esplorare immagini o situazioni surreali..."*, la sensazione è quella di un divertissment macabro fine a sè stesso. Il Morandini scrive: "Spiffera l'antipatia un po' arrogante dell'intellettuale cinefilo che vuol darla a bere al popolo bue". Il Mereghetti: "con un'aria di prodotto pensato a tavolino per essere cult a tutti i costi, che dà sui nervi". In effetti l'etichetta "cult" è facilmente appiccicabile su Nero, ma senza connotazioni qualitative, solo per cinefili che si accontentano del "bizzarro". Venendo alla pars costruens, bisogna dire comunque che un paio di scene da brivido ci sono: l'incubo a occhi aperti di Castellitto alle prese con la mano sbucante dalla valigia e il soprassalto di vita dell'investigatore. E pure il cast c'è: Luis Molteni è straordinario in questo ruolo di sgradevole detective-delinquente, Castellitto, sulle cui spalle il film è in buona parte affidato, è bravo e si impegna, la Caselli è simpatica. In più c'è uno dei rari camei di Hugo Pratt, nel ruolo di un commissario straniero.
Alessio Vacchi

* http://rojking.altervista.org/soldi.htm

La youtubata. 2 TESTE SENZA CERVELLO


Nel 1985 Raiuno manda in onda questa trasmissione curata da Giancarlo Governi su vita e opera del duo comico americano. Nella sigla di coda, i doppiatori (e ri-doppiatori) ufficiali di Laurel & Hardy, ovvero Giorgio Ariani, il corpulento attore toscano di Pierino la peste alla riscossa (tra gli altri) ed Enzo Garinei, rifanno il duo e cantano una loro famosa canzone. Dvd e libro su questa trasmissione sono da poco editi per Magazzini Salani.
A.V.

domenica 3 gennaio 2010

Focus on. Chuck Norris: BRADDOCK: MISSING IN ACTION III


Usa 1988. Su dvd Mgm (regione 1).
Warning: il seguente pezzo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale che possono compromettere la visione a chi non conosce il film ed intende vederlo.

Al colonello Braddock non è bastato farsi valere nella "sporca guerra" con ben due film: un motivo per tornare a far fuori musi gialli a dozzine si trova. Pazienza se la storia entra in contraddizione temporale coi Missing in Action precedenti, che vedevano il protagonista tenuto a lungo prigioniero dai nemici. Il prologo ci porta ai giorni della caduta di Saigon, con la popolazione che sciama per le strade, vandalizzando vetrine e auto ('sti incivili!), e si accalca ai cancelli americani nella speranza di venire evacuata in elicottero. Un Norris dall'espressione seria si aggira cercando la moglie con cui vuole partire, ma un equivoco gliela fa credere carbonizzata. Una dozzina di anni dopo, un missionario venuto dal Vietnam trova Braddock in un bar che non sa che cazzo fare. La moglie e il figlio avuto nel frattempo, sono vivi!, gli comunica. Dopo un'iniziale incredulità, torna sui luoghi del passato, mettendosi immediatamente contro la Cia, che lo segue fino a Bangkok, ma Chuck la leva di mezzo in un inseguimento e ci regala a rigaurdo la battuta più maschia del film, rivolta proprio a un capoccia della Cia, che lo ha avvertito, "don't step on toes": "I don't step on toes, Littlejohn, I step on necks" è la risposta. Giunto in Vietnam ritrova la moglie imbruttita dalla povertà e il ragazzino figlio suo, ma dopo il tempo dei sentimentalismi arriva quello del sadismo. Braddock infatti trova un nuovo-vecchio nemico personale in un altro mellifluo e perfido generale vietnamita, che gli vuole far pagare quanto ha fatto in guerra e dopo aver sparato la donna, lo sottopone a una tortura non indegna di Saw -tirato su a polsi legati, se tocca terra coi talloni il gesto farà partire un colpo in testa al ragazzino-. Ma nonostante la cattiveria Quoc è più macchietta del solito, tanto che lo vediamo urlare "Braddooock!!" quando si arrabbia dopo qualche "malefatta" dell'americano.
Il fatto che la guerra sia bella che finita è ormai chiaro che conta niente, perchè quel che tocca a Braddock è sempre simile, in una coazione a ripetere che è condizione per far rivivere il personaggio. Infatti, poco più avanti, farà irruzione nel campo di prigionia dove Quoc ha deportato il missionario con tutti i suoi fanciulli, liberandoli girando su sè stesso e distribuendo colpi di fuoco. Dopo essere fuggiti ed avere peregrinato nella giungla, Chuck fa spostare il suo truppone rimediando un velivolo, e qui giungiamo all'epilogo, che tocca vertici di patriottismo, esagerazione e revanscismo da rilevare. Braddock deve far passare i suoi protetti su un ponticello che collega l'ultimo avamposto viet al confine thailandese. Che i due stati in realtà non confinino sono inezie per Chuck, e d'altronde con 'sti musi gialli non è che si possano fare tanti sofismi. Braddock fa fuori i soldati del presidio, praticamente azzerando quel che rimaneva dell'esercito nemico, poi si ritrova abbracciato al figlio sotto il tiro del generale cattivo in elicottero, ma l'intervento dell'esercito Usa mette fuori gioco Quoc. Dunque, tra i bimbi che sciamano e l'esercito Usa che viene avanti festoso al ralenti, finalmente può ripartire la stucchevole canzone dell'inizio.
Se questo film non esattamente diplomatico ha un pregio, è che nonostante le parentesi sentimentali e da amico dei bambini di Norris, per il resto si perde in poche chiacchere puntando dritto all'azione e divertendo epidermicamente. Imdb segnala che Aaron Norris, fratello di Chuck, esordisce qui alla regia dopo incomprensioni tra l'attore e Joseph Zito: pensare Zito come autore scomodo fa francamente stupore. Didascalia finale "civile" che ricorda gli ancora numerosi bambini dispersi in Vietnam.
Alessio Vacchi


La youtubata. NATALE D'AMORE


Sulle note della consueta Happy Christmas (War is Over) di John Lennon, ecco lo spot di auguri natalizi di Canale 5 del 1988. Un sosia di Charlot, il ricordo del suo Monello, un pò di simpatici (?) bambini e l'efficace ruffianata è servita. Già allora evidentemente, in territorio berlusconiano l'amore vinceva sull'odio.
A.V.

domenica 20 dicembre 2009

Incompresi. Comici allo sbaraglio: MY SWEET CAMERA


Italia 1987. Di Ranuccio Sodi.

Un giovane (Rossi) fa rubare ad un amico una macchina da presa, oggetto dei suoi desideri, verso cui svilupperà una passione quasi feticistica. Quel che vuol fare è utilizzare la cinepresa "come un fucile", fare presa sulla realtà. Per questo chiede lumi a due eminenti cinefili (Tatti Sanguineti ed Enrico Ghezzi), ma trascurerà la moglie in dolce attesa (Lucia Vasini, che era davvero incinta, impegnata di recente in tv con Glob e Colorado) e concretizzerà davvero poco. Prodotto dall'associazione milanese Film Maker, all'interno di un corso per cortometraggi vinto dal lavoro nel 1988, My Sweet Camera dura mezz'ora e trae originariamente ispirazione, nelle parole del regista Sodi, da un racconto di Pier Vittorio Tondelli, in cui una Volvo passa di mano in mano e c'è un suicidio finale, modificato al punto che qui c'è al più un suicidio "artistico", da parte del buon Rossi che nell'ambiguo finale dice di voler "colpire al cuore il sistema", ma si crede poco ai suoi straparlamenti mentre piazza la cinecamera in un posto vuoto.
Paolo Rossi era all'epoca reduce da alcuni film tra cui i vanziniani Via Montenapoleone e Montecarlo gran casinò della Filmauro. Per My Sweet Camera rompe il contratto con De Laurentiis, sentendosi evidentemente sacrificato nelle sue produzioni; nel 1988 verrà I cammelli, a fianco di Abatantuono, mentre con Filmauro farà a distanza di anni il flop Silenzio si nasce (che è materiale da Incompresi). Qui Sodi riesce a fare qualcosa che non imbriglia assolutamente la carica comica di Rossi, che è mattatore, ma è nel contempo riflessiva-autoriale: è un esempio mirabile di utilizzo di un attore comico per fare qualcosa in più. Non stupisce che Rossi abbia parlato di My Sweet Camera come dell'unico suo film di cui è soddisfatto. Le invenzioni comiche, frutto in piccola parte di improvvisazione, sono felici: è memorabile la moglie che lo sveglia di notte chiedendo di soddisfare la sua voglia "di Wim Wenders.... Nel corso del tempo", mentre Ghezzi e Sanguineti recitano loro stessi con naturalezza e consapevolezza del loro essere, per così dire, fuori dagli schemi (ma tutto il ridotto cast sembra a proprio agio): non a caso qui i due paiono vivere assieme, fungendo da supporto, stralunato ed inutile, all'aspirante cineasta (alla richiesta di pellicola vergine, Ghezzi lo rimprovera: "Ma la pellicola non è mai vergine...").
Sodi dal canto suo ha voluto esprimere la disillusione e la fine di un'epoca in cui sembrava che si potesse fare di più con il cinema, in cui le macchine da presa leggere documentavano anni di ribollimenti della società. In questo senso il finale, più teorico e detto, è un pò meno riuscito del resto: meglio Rossi che dalla sua finestra si illude di star girando eventi epocali, quali sganci di bombe aeree e l'uccisione di Kennedy. L'invisibilità del corto è un peccato, in ogni caso qui c'è un montaggio di tre minuti del film.
Alessio Vacchi

domenica 13 dicembre 2009

La youtubata. JIMMY IL FENOMENO


L'aggiornamento stavolta è scarno, ma spero di ovviare facendovi ridere e nel contempo rendendo un tributo a Jimmy il Fenomeno, straordinario prezzemolino della commedia italiana. In questa clip metacinematografica dal film Sesso in testa, il buon Jimmy (al secolo Origene Soffrano) dice di essere fuggito addirittura dal manicomio per provare finalmente le gioie del sesso con la protagonista, ma si tirerà indietro adducendo un motivo. Che è nonsense, ma inconsapevolmente per il buon Jimmy, si adatta parecchio all'attualità italiana per così dire "di costume"!
A.V.

domenica 6 dicembre 2009

Incompresi. IL MISTERO DEL PANINO ASSASSINO


Italia 1987. Di Giancarlo Soldi.

Il sottobosco del cinema italiano è un mondo affascinante, ma capita che, all'atto della visione, certi reperti suscitino una delusione profonda, non ripagata neppure sotto un'ottica trash. E' assolutamente il caso di questo filmetto, rimasto inedito nelle sale ("[...] il produttore esecutivo è scappato coi soldi e il film è stato messo sotto sequestro perché nessuno di quelli che ci ha lavorato è stato mai pagato!"*), pubblicato poi in vhs per pochi intimi dalla Playtime, ma fortunatamente passato in tv. Sia detto senza accanimento, ma verrebbe da pensare che la mancata uscita sia dovuta anche alla bruttezza del film: è straniante immaginarselo in sala. Quello cui ruota faticosamente attorno è l'assassinio di un tizio cinese all'interno di un singolare fast food, tra il palcoscenico teatrale (c'è una scalinata alla teatro Ariston), l'80s style e il futuristico. Sarà stata la coppia di gestori? Quella dei titolari? E quant'è losco quell'uomo coi baffi che si aggira? Un commissario donna inizia a indagare, così come una coppia costituita da un anziano e la nipote. Nel frattempo, dentro e fuori si fa notare un gruppone di giovani, con le loro rumorose moto.
Se il titolo potrebbe far pensare a una commedia horror, a qualcosa di bizzarro-volutamente trash (il Gelato che uccide di Larry Cohen, o i Pomodori assassini dell'anno dopo), il film fa pagar caro queste attese, perchè sì, c'è un'intenzione di umorismo, ma non è una cosa nè l'altra, non va da nessuna parte, non si capisce cos'è. E' un dilettantesco susseguirsi di scene che lasciano increduli per inutilità e insufficienza di senso. Già dall'inizio tira un'aria strana, con la prima delle scene coi ragazzi che camminano, fanno per attaccarsi ecc., ma si aspetti quella in cui due di loro si contendono una femmina, o quella in cui sfrecciano rumorosamente in tondo sulle moto. La mancanza di polso registico è la regola, il film è diretto in modo lasso, ed è scritto in modo tale che avrebbe potuto esserlo da chiunque. La mancanza di tensione narrativa genera una noia assoluta, che unita alla sensazione di imbarazzo rende la visione qualcosa di spiacevole: non è facile giungere in fondo. E sì che dovrebbe esserci del giallo: ma il commissario (Izzo) si muove un pò come in trance e solo alla fine il personaggio del vecchio (Rabal) sciorina, nel modo meno cinematografico possibile, la soluzione del tutto. C'è qualche canzone in colonna sonora, ma spesso c'è una sensazione di vuoto sonoro che ha sapore di incompiutezza, come se al film fosse mancato del lavoro di postproduzione. Non bastasse la povertà di mezzi e scenografie, a cui tenta di dare un colpetto la presenza della tecnologia: gli schermi da cui Bucci controlla il locale e comunica, il robot-aiutante domestico donna, che comunica con le sue labbra rosse dallo schermo-testa.
Eppure, il cast di questa roba accatasta un nome (o un viso) noto dietro l'altro: Flavio Bucci, Victor Cavallo, Massimo Dapporto, Monica Scattini, Maria Amelia Monti, Francisco Rabal, Simona Izzo, Alessandro Haber in un cameo, un Kim Rossi Stuart agli inizi, alle prese negli stessi anni con la saga del Ragazzo dal kimono d'oro, e la piccola Viola Simoncioni, che sarà nel cast di un altro "incompreso", Musica per vecchi animali. Curiosamente il dizionario Gremese riporta un cast probabilmente precedente alle riprese, che comprende Sergio Castellitto, Daniele Formica, Paco Rabal. Soldi ritenterà la regia cinematografica, con insuccesso, nel 1992 con Nero, protagonista, stavolta sì, Castellitto (probabilmente ne riparleremo). Chissà com'era l'esordio, l'ignoto Polsi sottili.
Alessio Vacchi

* http://rojking.altervista.org/soldi.htm