
Alessio Vacchi

Chuck entra in scena su un camion della nettezza urbana. Lo vediamo maneggiare monnezza, ma è un bluff: insieme ad altri stan tendendo una trappola per beccare dei narcotrafficanti. Ma gente di un'altra banda si intromette, sterminando la marmaglia. Questo dà il via alla vendetta da parte del capo del clan danneggiato, impersonato dal "mitico" Henry Silva. Il sergente Chuck, in compagnia di un collega più giovane, si ritrova a correre qua e là per tamponare la faida. C'è quindi anche una componente di buddy-movie, ma il punto è che il giovane è tormentato dall'aver deposto falsa testimonianza, per cameratismo, a un collega che ha ucciso un disarmato. Questo dilemmino morale si riflette anche sul sergente, che non difende l'omicida e si ritroverà per questo isolato.
C'è di mezzo anche una ragazza, la figlia di un malavitoso, che si ritrova ovviamente braccata. Chuck dovrà difenderla e nasconderla, ma il rapporto tra i due rimane di protezione, senza love story. Quando lei viene presa, lui inizia ad arrabbiarsi duro. La prima volta gli va male, nell'affrontare la ghenga, poi ritenta, più bardato, e sarà più fortunato. Notevole il modo in cui lui la aggancia: ad una mostra d'arte. "Lei lo capisce?", le chiede il pragmatico Chuck riguardo un quadro non proprio figurativo. Ma il film, rispetto ad altri dell'attore e nonostante gli accadimenti violenti, è un poco più venato di ironia: si vedano le continue proposte che un collega fa a Chuck riguardo improbabili progetti insieme (aprire negozi, vendere hot dog), o la sequenza estemporanea dei due stupidi che cercano di fare una rapina nel locale zeppo di poliziotti. Anche nel finale di fuoco, con Chuck che si presenta al covo dei balordi e ci dà dentro con fucile e bazookino, sembra esserci una qualche consapevolezza umoristica nell'affiancare all'agente il robottino Prowler; durante la sua dimostrazione, lui si era mostrato scettico su questo "poliziotto perfetto", ma alla fine accetta l'aiuto della tecnologia, di questo marchingegno sparatutto. E' memorabile in questa sequenza l'espressione basita di Silva di fronte alle prodezze di Chuck, e quando innervosito lo chiama "sergente del cazzo" (almeno nell'edizione italiana). Il codice del silenzio è passabile per via del buon ritmo e di questa velatura di humour. Il regista Andrew Davis, che firma questo film dopo uno slasher, proseguirà soprattutto con cinema d'azione, lavorando con Seagal e dirigendo il noto Il fuggitivo con Harrison Ford.
Alessio Vacchi

Cinema di genere italiano al festival: se due anni fa era stata proposta una selezione di western, quest'anno è toccato al peplum, che molto semplicemente si presta, dato che mette in scena aitanti maschi poco vestiti. Di questo film di Freda, quel che si ricorda solitamente è la trovata, pienamente da ingegno applicato alla serie B, della visualizzazione-riassunto che permette il riciclo di alcune sequenze di precedenti Macisti con lo stesso protagonista e nel contempo di aumentare un pò il metraggio. Vittima di macchinazioni, l'eroe ha perso di vista il suo obiettivo, la sua strada: assiste e assistiamo allora ad una proiezione, sull'acqua di una pozza, di eroiche imprese di Maciste-Kirk Morris-Adriano Bellini. Ma non è l'unico disinvolto azzardo del film: già la concezione di un Maciste che va in un luogo altro, addirittura l'inferno, è singolare, sebbene non nuova (esiste un Maciste all'inferno muto). D'altronde, lui stesso dice che sente di dover andare dove ci sono torti, per far vincere il bene, e quale luogo migliore allora... Così come folgorante è l'entrata in scena del personaggio: nudo, a cavallo, pare un corpo estraneo irrompente in un altro contesto, in un altro genere, quasi con impudenza. Altro genere perchè fin lì il film è un horror gotico eseguito con una professionalità diligente quasi stucchevole, con un'eroina smancerosa e disperata come protagonista e un bell'uomo tutto d'un pezzo che la ama.
Fortuna che al delirio di giustizia sommaria della folla si oppone la forza concreta e "giusta" di Maciste, che salva la donna dal linciaggio. La sventurata è scambiata per una strega, che in effetti proprio con lei ce l'ha e macchina per portarla al rogo. Ma Maciste decide di recarsi a fare una visitina giù, per mettere le cose a posto con le forze del male. L'ingresso agli inferi è posto, comodamente per l'eroe, sotto un albero maledetto. A Maciste si para innanzi una visione d'insieme delle anime dannate, che si struggono. Il film pesca nella letteratura per mostrare alcune amenità del posto: c'è un vecchio condannato a sospingere un masso (prontamente aiutato dall'eroe a compiere, finalmente, l'atto), uno sventurato a cui un uccello mangia il fegato. L'eroe, che parla poco, deve affrontare una sorta di percorso a ostacoli, commentato dalla vecchia strega e dal suo signore, che gufano. E' cinema popolare, ingenuo ma al contempo non stupido, consapevole e con qualche idea, magari vietato a chi è cresciuto a pane ed effetti in CG, visto che qui la spettacolarità è un'altra: ma anche le lotte che Maciste sostiene con gli animali, un pò veri un pò finti (leone, uccello, mucche), funzionano nel cercare di tenere la tensione e fare avvertire lo sforzo del protagonista.
Maciste agli inferi incontra persino l'amore, ma è un bluff perchè si trattava della strega in sembianze di bellissima donna. L'amore spetta semmai, restituito, alla coppia: sconfitta la strega, scongiurata la condanna a morte dell'eroina, l'eroe, che non è chiaro da dove sia arrivato, se ne va verso nuove avventure, come sempre e come sarà anche, di lì a pochi anni, per i protagonisti dello spaghetti western.
Alessio Vacchi
