domenica 12 ottobre 2008
La youtubata. SPORCO BIANCO
Dal cult Joan Lui, selezionata per voi una paradossale scenetta in treno che farà accapponare la pelle a Trenitalia e ai leghisti.
Alessio Vacchi
Memorabilia. JOAN LUI

La massima espressione della megalomania di Celentano al cinema, vede la luce il giorno di Natale come Gesù bambino, e l'accostamento non è un caso. Uno dei film più deliranti del nostro cinema, ovviamente per qualcuno "capolavoro", Joan Lui non fu un successo ma comunque lo si tentò di pompare con aggettivi nemmeno menzogneri e puntando anche alla "magnificenza del Dolby Stereo" che oggi fa un pò sorridere. Così come fa tenerezza, in tempi di multiplex e di uscite in una marea di copie, vedere un film "di peso" (Celentano al cinema rendeva) uscire in giusto due sale. Quanto all' "edizione integrale", si dia un'occhiata alla scheda del film sul Dizionario dei film italiani stracult.
Alessio Vacchi
domenica 5 ottobre 2008
Comunicazioni di servizio. WE WANT YOU

Due cose per la gioia dei piccoli fans che ci seguono. La prima: un avamposto di Ultimo spettacolo sarà al festival del cinema di Roma e seguirà la manifestazione per alcuni giorni, per poi riportarne qualcosa qui. La seconda: parte una strisciante campagna di reclutamento per il blog. Sarebbe positivo far crescere Ultimo spettacolo attraverso nuovi collaboratori. Non solo per quel che riguarda il cinema, ma gente che vada qualche volta a teatro, a mostre, che legga dei libri, che sia musicofila. I requisiti sono: essere automuniti, di bella presenza e disponibili a trasferimenti. Paga: se siete di Torino vi posso offrire un caffè ogni tanto. Scemenze a parte, quel che è richiesto sono conoscenze/passione, capacità di analisi e di scrittura. Se interessati scrivete all'indirizzo paccipaccino@libero.it, mandando uno scritto di prova.
Alessio Vacchi
Incompresi. IL SEGRETO DEL GIAGUARO

Italia 2000. Su dvd 01.
A onor del vero prima di lui gli Articolo 31 avevano pubblicato Latin lover, brano in cui J.Ax e Space One si proponevano come seduttori tra lo sgamato e l'ironico buttandoci dentro un po' di cinefilia, Buzzanca compreso. Comunque: questo film con cui il simpatico rapper romano fa la sua “sfigata” toccata e fuga al cinema, è un'operazione che lascia perplessi. Perchè si tratta di una pellicola costruita intorno al personaggio di un suo brano, La mossa del giaguaro; non un film musicale (i pezzi commerciali dell'artista d'altronde sono pochi), ma una commediola. Alla regia l'attore Antonello Fassari, anche nel cast come barista. Introdotto da alcuni discorsi fatti al bar dagli amici -tra cui il rapper G Max- e da un eloquente primo piano delle mutande leopardate, il Giaguaro è “il” seduttore: agghindato in modo pesante e vistoso, le donne lo fermano per strada e lo vengono a trovare a casa, tiene un librone con tutte le firme delle conquiste, si atteggia e viene trattato da divo per questa sua misteriosa capacità. La sua filosofia è quella del godersi la vita senza lavorare (“La sera è fatta pe' ballà, il giorno pe' dormì” dice ad un amico). Ma cosa racconta il film? Seguiamo vicende relative ai conoscenti del Giaguaro. Due tizi che tentano la fortuna predicendo il futuro a pagamento col Mahjong, un aspirante rapper a cui capita un colpo di fortuna... Insomma, il primo problema è che il Piotta “non” è protagonista, se non nel titolo. Mereghetti parla di una “infilata di scenette”: il film ha un andamento episodico e non potendo contare su grande comicità o personaggi che vadano oltre la macchietta, tempo della fine e l'interesse scema. La presenza del rapper si fa più consistente nell'ultima parte. Qui entra in gioco Lando Buzzanca in un ruolo di contrappasso rispetto al suo consueto di maschio seduttore nei 70s: è un uomo impotente che non riuscendo più a soddisfare l'arzilla moglie, si affida al Giaguaro che gli organizza un rimedio svolgentesi tra le camere di un albergo.
Che ruolo ha la musica in tutto questo? Scarso: ad un certo punto il film pare prendere la piega di uno spaccato del mondo hip hop, con tanto di Kurtis Blow nel ruolo di sé stesso che si esibisce, ma il Piotta non ne pare far parte, canta La mossa del Giaguaro in un locale solo più avanti. Per il resto si sente Supercafone, un pezzo di Turi (sodale del vero Piotta) e il protagonista si esprime a volte in rima. Che ruolo ha il cinema? Il brano di riferimento cita Montagnani, Giovannona Coscialunga ecc., il film propone il recupero di Buzzanca, un paio di momenti action semiseri, il ricordo del Tomas Milian cinesizzato di Delitto al ristorante cinese e un paio di altre tracce. Si ride? Mah. Ci sono un paio di momenti talmente scemi che funzionano: una sortita del tutto estemporanea del rapper che esce da una stanza e fa l'elogio della mamma e i titoli di coda con la sua voce che consiglia mete culinarie in giro per l'Italia. Ma attenzione: non è un'operazione spudoratamente trash di recupero di “umori” della commedia sexy nostrana e non c'è un nudo che sia uno. Alla fine della fiera si tratta di una curiosità poco riuscita, consigliabile più che altro ai fan dell'artista romano.
Una possibile notazione riguardo i luoghi: c'è un pizzico di elogio della città eterna (con giro notturno in motoretta turistico) e andando più nel ristretto, la presenza del baretto coi suoi occupanti regolari (Eccezzziunale...veramente, Al bar dello sport) e dell'albergo (tipico di tante pochade sexy con scambi di camere). All'attivo va messo il recupero di Gianni Ciardo, comico barese che qui, nella piccola parte di un malavitoso a fianco di Ugo Conti, risulta decisamente migliore rispetto ai ruoli degli anni 80: viene quasi voglia di vedere un piccolo noir con loro.
Alessio Vacchi
Tra pagina e schermo. LA MORTE RISALE A IERI SERA

Italia 1970. Su dvd Ermitage (in 4:3).
Warning: il seguente pezzo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale che possono compromettere la visione a chi non ha ancora visto il film.
I milanesi ammazzano il sabato è a tutti gli effetti un bellissimo giallo che aggiunge un ulteriore tassello alla visione scerbanenchiana del crimine inserito in una realtà banale, patetica, lontana dalla romanticizzazione di tanta cattiva letteratura. Banali i mostri che approfittano di una povera ragazza minorata e poi la massacrano; banale l’umile padre di famiglia che, da bravo meneghino, aspetta il fine settimana per compiere la sua sanguinosa e omerica vendetta perché, come tutti i bravi milanesi, dal lunedì al venerdì non si stacca dalla routine casa/lavoro. E banale il sottobosco di depravazione e malavita che ci accompagna in questa turpe vicenda. La trasposizione cinematografica di Duccio Tessari mantiene intatto il plot narrativo, prendendosi però molte libertà nella caratterizzazione del protagonista, Duca Lamberti.
Come ne I ragazzi del massacro di Fernando Di Leo, svaniscono i trascorsi medici di Duca (era un dottore radiato dall’albo per aver praticato un’eutanasia); in cambio, la figura tormentata di un poliziotto che vorrebbe salvare il mondo ma proprio non ci riesce. Perché, da bravo sbirro tenace e moralista, non riesce a comprendere le ragioni di chi sceglie la strada del delitto. Come gli fa tristemente notare una prostituta, lui è un brav’uomo; il che non lo rende migliore come detective, anzi per certi versi lo ostacola. La sua è una crociata, quindi destinata a fallire; tormentato nella mente e nel corpo (per buona parte del film lo vediamo lottare con i fastidiosi sintomi della sinusite, che lui non cura perchè troppo preso dalla sua lotta contro il male), assistito dalla fedele Livia Ussaro (anche in questo caso, i trascorsi del personaggio letterario vengono omessi; è la sua fedele compgana, la donna con la quale lui si confida, e tanto ci basta) che gli rimprovera affettuosamente tanta trascuratezza per la propria salute e l’ossessione con cui persegue la propria utopistica missione. E’ in tutto e per tutto il ritratto ideale del commissario di ferro che popolerà tante pellicole poliziesche nostrane del decennio a venire. Magistralmente interpretato da Frank Wolff (che tornerà a vestire i panni del commissario in Milano calibro 9, quale rappresentazione dell’ottuso burocrate incapace di combattere il crimine poiché legato ad una visione borbonica e reazionaria della giustizia) questo Duca è sicuramente ben delineato ma lontano anni luce dallo spietato eppure umano clinico che sulla pagina scerbanenchiana tenta di estirpare scientificamente il male alla radice. Il Duca di Tessari non avrebbe mai compreso le ragioni del Duca di Scerbanenco, che da medico commise un reato per pietà umana; probabilmente lo avrebbe sbattuto dietro le sbarre senza tante storie. Dopotutto in Italia l’eutanasia è ancora un reato, no?
Corrado Artale
domenica 28 settembre 2008
Incompresi. Comici allo sbaraglio: STREGHE VERSO NORD

Italia 2001. Di Giovanni Veronesi. Su dvd Cecchi Gori.
«[...] soprattutto non volevo si finisse per dire “ecco l'ennesimo comico televisivo che passa al cinema”. Con Streghe verso nord almeno non corro questo rischio [...]. Perchè non è certo una commedia all'italiana, ma un film veramente nuovo e molto cattivo. [...] Ora ho una certezza: sono arrivato al cinema e intendo restare» (Teo Mammucari su Ciak n.10, ottobre 2001). Reso popolare in tv da Libero, Mammucari è qui protagonista di un progetto fuori dagli schemi. Non una pellicola comica, ma qualcosa di più azzardato, tra la commedia nera e una via italiana al fantastico, calato in un contesto urbano ed odierno. Lo showman interpreta l'autore di un fortunato libro sulle streghe, che viene chiamato da un sedicente produttore il quale pare voler trarre un film dal suo libro. Ma l'apparente metacinema che qua si profila è una falsa pista: presto l'uomo (interpretato da Paul Sorvino, attore americano qui doppiato con accento campano non pesante) gli rivela di essere un disinnescatore di streghe del mondo dello spettacolo, e che quanto lo scrittore ha buttato giù riguardo la stregoneria non è invenzione, ma tutto incredibilmente vero. Il malcapitato è quindi spinto, ed allenato, a seguire la sua strada, quella del combattere le streghe. Come lo si fa? Dando loro una capocciata sul setto nasale, poi trascinandole sette passi verso nord (state leggendo bene). In questo modo tornano ad essere ragazze non pericolose. Tra mille titubanze, alle prese col burbero “capo”, dovrà infine affrontare la minaccia di una strega a lui vicina.
Troppo facile essere spietati con un film del genere, come lo sono stati pubblico e critica. E' però vero che si stenta a trovarvi dei pregi. C'è la bellezza di una Emmanuelle Seigner che entra in scena con inquadrature di gusto foot-fetish ed è sempre mezza svestita, oltre che recitante con la sua voce; c'è -volendo...- la trovata grottesca della capocciata in faccia alle ragazze, che può esser vista come catartica vendetta da spettatori che abbiano conti in sospeso col sesso femminile. Ma il film non riesce a creare una vera sospensione dell'incredulità. Non spinge sulla comicità (c'è comunque almeno una scena divertente, quella in cucina quando lui equivoca quanto gli dice la Seigner), tantomeno è qualcos'altro, nonostante i toni più seri dell'ultima parte. Mammucari fa la parte dell'uomo un po' timido tirato in mezzo a cose più grosse di lui, recita come sa, non risulta pessimo ma non è abbastanza. Inoltre a livello di sceneggiatura e di idee ci sono dei problemi. L'apprendistato del protagonista alla sua “missione” pare partire, poi per un po' rimane inceppato e questioni come il divieto di dire parolacce da parte dei disinnescatori sanno, pardon, di cazzata. Il finalissimo, dopo una sequenza di sfogo frammentata al montaggio in cui il film rialza un attimo la testa, è poi qualcosa di fiacco e patetico: chissà il pubblico in sala, sempre ipercritico con i finali, come lo ha accolto.
Se è vero che la paura delle streghe dice qualcosa della paura delle donne, il film in questo senso è ambiguo. Chi sono queste streghe moderne, cosa fanno? Sono donne sempre di bell'aspetto, in qualche modo macchiate da azioni cattive, anche se il massimo che si vede loro fare è far cadere qualcosa da una finestra. Quando in discoteca parte Torn di Natalie Imbruglia, Sorvino dice: “E' partito l'inno delle streghe!”: ma che....? Ed è altrettanto poco convincente lo sviluppo del rapporto con la compagna del fratello (la Seigner), da cui il protagonista è affascinato, la sogna, ma che “sta tra lui ed il fratello”: la donna si rivela una strega da disinnescare, ma dopo che cambia, visto che lei rimane desiderabile?
In apertura vediamo qualcuno sfogliare il libro del protagonista a tema streghe: un incipit quasi argentiano, in cui il lettering del titolo del film e di alcune parole che “emergono” dal libro pare proprio fatto con WordArt. Va un pelo meglio con l'altro effetto speciale rilevante: compiuti i sette passi con la strega colpita, una sorta di lampo brucia l'immagine per alcuni secondi, prima del ritorno alla normalità. Gerard Depardieu ha un paio di scene nella parte di un sé stesso che è anche il supremo capo dell'organizzazione, mentre la showgirl Federica Fontana ha il piccolo ruolo di una strega.
Alessio Vacchi
Memorabilia. TROPPO FORTE
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