mercoledì 24 dicembre 2008

Speciale. Buon Natale, buon anno. CINENATALI PERDUTI



Sembra banale dirlo, forse preoccupante perché nel momento in cui si comincia a fare discorsi tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, significa che è arrivato il tempo del rincoglionimento. Però vorrei iniziare da una specie di paradosso. Un tempo, quando ero piccino (quindi fine anni ’70), la mia famiglia durante il periodo natalizio centellinava i denari per farci scappare tutto. In quel “tutto” era previsto anche il pomeriggio al cinema delle feste. Ecco, per me il termine festività natalizia possedeva un’apertura semantica tale da abbracciare anche la presenza familiare all’interno di una sala cinematografica. Il paradosso consiste in questo: ora che non solo il cinema posso permettermelo a prescindere dalla mia famiglia, ma nella maggior parte dei casi, grazie al mio lavoro strettamente connesso al cinema, nemmeno pago l’ingresso, non credo che andrò a vedere nulla per questo Natale. Come da qualche anno a questa parte. Facile intuire che le parole “cinema” e “Natale” abbiano intrapreso sentieri piuttosto divaricati, difficilmente riconciliabili. Non intendo impiantare paragoni sensati tra un passato trasfigurato dalla memoria e un presente di desertificazione nella proposta cinematografica, però ricordo che trent’anni fa - oltre a non esserci tutte queste squallide architetture inquietantemente parallelepipede dei multiplex-, quando si stava discretamente al sicuro da cinepanettoni e Disney-invasion, c’erano cose semplicine e divertenti tipo i film con Celentano e Bud Spencer e Terence Hill, due ore di genuina, sincera, scanzonata allegria. Film che in sostanza non avevano la becera e grassa comicità del vulgus, e non ridondavano di meraviglie in computer grafica. È chiaro, l’atmosfera che trovavo in queste sale collocate in centro città era quella di un antro magicamente accogliente, anche se ad esempio il cinema Astra di Pesaro risentiva di un vecchiume anni ’50 perché i lustri intercorsi dalle ultime ristrutturazioni cominciavano a pesare. Ora questi orrendi templi del consumo cinematografico (sì, perché ormai il fascino della visione di un film che inizia dopo minimo 10 minuti di spot pubblicitari, non riesco a non considerarlo un “consumo”) non so proprio che effetto avrebbero fatto al mio sguardo di bambino... probabilmente i bimbi di oggi sono talmente abituati al brutto che...
Ecco, forse non è neanche questione di proposta cinematografica in sé, ma proprio di percezione dell’esperienza di fruizione o, per non usare paroloni, sensazioni che un luogo riesce a darti prima, durante e dopo lo spettacolo. Io proustianamente ricordo ancora l’odore acre e un po’ stantio di quelle poltroncine delle sale e i profumi deodoranti delle cassiere che ti porgevano il biglietto con un sorriso. Adesso quando vado al cinema non sento praticamente più alcun odore, non in sala e ancor meno olezzi provenienti da ragazze addette allo sbigliettamento segregate dietro lo spessore vitreo dei loro cabinotti. Insomma, per me bambino tutto aveva una sua particolare valenza, perché bisognava attendere il Natale prossimo per rivivere quelle sensazioni... e le parole ansiose di babbo e mamma pronunciate lungo le vie del centro, che si perdevano in un alito di freddo dopo aver risuonato accordandosi con una felicità di luminarie, che chiedevano a me e ai miei fratelli: “allora ragazzi, vi è piaciuto il film?”. Forse proprio tutta questione di atmosfere, e di ricordi... di cose insomma irripetibili. Fatto sta che adesso il film a Natale, babbo, mamma, non mi piace più.
Mauro F. Giorgio (Riflessi di paura)

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