giovedì 7 dicembre 2017

Io c'ero. Festival ed eventi vari. 35 TORINO FILM FESTIVAL. REVENGE

Francia 2017. Al cinema nel 2018.

Jen si trova nel bell'appartamento dell'amante. È molto carina, provocante, veste succinta ma non per questo si concede a tutti. Si presentano due amici dell'uomo, ceffi non da piena fiducia, perché i maschi hanno intenzione di andare a caccia, sui loro veicoli, nei pressi del Grand Canyon in cui si trovano. La ragazza fa quel che sembra saper fare, intrattenendo e stuzzicando i tre con una danza al limite del rapporto sessuale, mozzafiato. Il giorno seguente uno degli “amici” vuole soddisfare il desiderio acceso, e forza la ragazza a un rapporto – il terzo uomo è un ciccione che si limita a non difenderla. Quando Richard, l'amante, torna, la sua volontà si rivela quella di mettere a tacere tutto, per evitare ogni grana. A costo di eliminare Jen. Così però si crea una grana ulteriore, perché lei non muore. La caccia degli uomini cambierà obiettivo, ma la fanciulla, passo passo e con buona pace della frustrazione degli altri, ha intenzione di ribaltare i ruoli di cacciatori e preda.
Protagonista Matilda Lutz già vista (fingiamo) ne L'estate addosso e scritto e diretto da una donna, Revenge è uno dei film che più si sono segnalati nella sezione “After Hours” e che più ha fatto “prendere bene”, come si suol dire, gli spettatori in vena di qualcosa di forte. La Fargeat sfoggia un approccio “cool” a una storia che è all'incirca quella di un classico rape & revenge. Il film è una caramella per lo sguardo, inclusi gli stessi titoli, sparati a caratteri enormi a riempire lo schermo. Ma a parte questo, non è tanto il “cosa” a rendere il film riuscito, bensì un “come” in cui c'è di più. Perché a meno di non fare i ragionieri della sceneggiatura o cinefili da serie tv anche qui, e accettando l'andare sopra le righe e l'implausibilità di snodi come la sopravvivenza di una protagonista che dovrebbe decisamente essere morta, quel che si vede è un esordio nel lungo con una padronanza registica piena, a conti fatti clamorosa, sia per quanto riguarda la messa in quadro, in panoramico (esempi pescabili: la luce riflessa nello specchietto da lontano, Richard seduto sul divano, momentaneamente e per poco da solo), che nella suspance e l'azione connaturate a una storia essenziale e selvaggia. Si diletta con un occhio di riguardo per il corporale (vedi l'insistenza sulle ferite, come nel lungo passaggio di lei che si cauterizza e riprende nella grotta – meno riuscito, subito dopo, il delirio che la vede passare da un incubo all'altro – ) e il repulsivo (una mela marcia, il particolare di bocca masticante), ma su questo comunque si tornerà fra poco.
Film di una donna, su una donna che si difende e vendica di alcuni uomini, nelle parole della regista vuole “simbolizzare la mutazione di un certo modo di rappresentare la donna al cinema”, agganciandosi a una tendenza in corso e, fortunatamente visto il risultato, con un vestito “di genere” molto robusto. Jen “troieggia”, ma per un tempo limitato; tempo che un uomo non rispetta, l'onda lunga della sua eccitazione richiede di essere soddisfatta. Perché adesso no? E perché io no?, chiede il violentatore. Quello che invece sembra il maschio alpha ma rassicurante, si rivela presto il più bastardo e freddo di tutti, in un modo quasi caricaturale (le reazioni, a muso e pugni duri, alle titubanze del “responsabile”), perché tutto va coperto e al gabbio non ci si vuole andare, punto. Mentre dei due ceffi, di cui lo spettatore diffida da subito, lo stupratore prende presto paura, non vorrebbe partecipare alla “ricerca”, ha rimorso, mentre il meno rilevato compare si ritrova il volto ridotto a una maschera da horror. Essendo tutto già abbastanza “femminista”, comunque, quel “Le donne non devono opporre resistenza!” che è l'ultima cosa a uscire di bocca al personaggio dell'amante suona superfluo.
I personaggi fanno un giro completo, da fighetti a ferini – la rinascita di lei a “eroina” passa anche per un marchio sulla pelle, che però, con riuscita ironia, è quello casuale di un'aquila su una lattina di birra – e, per quanto riguarda la coppia iniziale, da vestiti con cura a nudi o seminudi. E il cerchio si va a chiudere dove tutto è cominciato, tra salotto e corridoi di un appartamento chic, che va a lordarsi di sangue. Ecco, Revenge è un film sanguinoso, prima che violento – la violenza sessuale è appena mostrata, quello che conta è come ci si arriva, con le frasi melliflue maschili – . Dai corpi il sangue scorre copioso, e c'è quel passaggio del tizio che si estrae il vetro che è deliberatamente, divertitamente sadico, prima della seria resa dei conti dove sul sangue persino si scivola. Cazzuto, anzi: figo.
A.V.

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