domenica 14 ottobre 2012

Io c'ero. Festival ed eventi vari. LE GIORNATE DEL CINEMA MUTO 31, Pordenone, 6-13/10/2012


Giunte alla 31esima edizione, le preziose Giornate del cinema muto hanno celebrato il bicentenario della nascita di Charles Dickens con una grossa retrospettiva di opere tratte dai suoi libri. Tra le tante, l'Oliver Twist americano del 1922, con il Jackie Coogan appena stato Monello e un cattivissimo Sikes; una versione ungherese, narrata in flashback, più vivida, dove è più presente il personaggio di Monks, interpretato con occhi perennemente strabuzzati, che Oliver (ma van considerate le lacune). Un faticoso, abbastanza illustrativo David Copperfield del 1913, forse il primo lungometraggio inglese, il primo così lungo da Dickens, con però attori adeguati, un'efficace illustrazione delle violenze gratuite al protagonista bambino e una nota umoristica. Due brevi film celebrativi inglesi: in Leaves from the books of Charles Dickens l'attore Thomas Bentley si mette in scena nei panni di differenti personaggi, mentre Dickens' London ripercorre alcuni luoghi immortalati dallo scrittore e ne immagina certi personaggi oggi. Entrambi con la presenza di un Dickens rappresentato classicamente, con la sua barba.
Ancora dall'Inghilterra, non straordinarie ma assolutamente piacevoli, le commedie marine Sam's Boy e The Skipper's Wooing, per la sezione “W. W. Jacobs, narratore”, che ha proposto un ciclo di film tratti da opere dello scrittore realizzate dallo stesso regista (Horace Manning Haynes) e sceneggiatrice (Lydia Hayward). Il primo vede un bambino orfano attaccarsi al marinaio in età Sam, asserendo di essere suo figlio ed entrando a far parte dell'equipaggio di una nave. Sam, sempre più imbarazzato, scappa, e il ragazzino cercherà altri pseudo-padri. Il secondo narra di un capitano timido e innamorato che, con la sua sgangherata ciurma, cerca di rintracciare un marinaio datosi alla macchia dopo aver creduto di aver ucciso un uomo. Lo scomparso è il padre dell'amata, la quale ha anche un altro pretendente. Toni leggeri, umorismo non sbracato e un clima geografico e umano con cui si entra facilmente in confidenza.
Nella retrospettiva sulla produzione muta della bellissima Anna Sten, star russa (la cui carriera si è poi spenta a Hollywood), La ragazza con la cappelliera di Boris Barnet è risultato tra le migliori visioni della tranche di Giornate frequentata. La protagonista (bramata anche da un telegrafista), dopo un primo impatto negativo, offre il suo alloggio ad uno studente spiantato, facendolo passare per suo marito agli occhi della coppia di affittuari e datori di lavoro, e del comitato condominiale. Nell'ultima parte, prima che l'amore trionfi, entra in gioco un biglietto della lotteria vincente che, elargito come pagamento alla ragazza, sarà oggetto di spietata bramosia per il viscido padrone di casa. Per questo film prodotto per promuovere la lotteria di stato, Barnet dichiarò di voler lavorare con attori e messa in scena invece che focalizzarsi sul montaggio come altri colleghi del suo paese. Intenso con delicatezza (...almeno fino alle sequenze finali), come ben sottolineato dal tappeto sonoro di piano e percussioni, femminista in senso pienamente positivo, mostrando una protagonista bella, attiva, intelligente e simpatica (la Sten non amava essere “bambola”), da vedere anche per chi è restio al muto sovietico, perché leggero per toni e ancor più per contenuti (ma in linea con altri film del regista, a cui “Il cinema ritrovato” 2011 dedicò una retrospettiva): non sorprendentemente, la critica, all'epoca, non gradì.
Sempre con la Sten, dal Museo del cinema di Buenos Aires (da cui era già emerso il Metropolis semi-integrale) uno dei film ritrovati proposti quest'anno, My Son di Yevgenii Cherviakov, incompleto e proiettato, con scuse, in una copia “non professionale”, anche se sarebbe stato gradito almeno vederlo in 4:3 e non allungato. Una donna comunica ad un uomo che non è il padre del suo bambino. Prima di un turbolento accadimento nell'ultima parte, questo è il nucleo del film. Molto serio, misurato e con un senso di sospeso. Il dimenticato Cherviakov intendeva mettere in scena le passioni umane, attraverso il volto umano. Infatti il film contiene lunghi primi piani di grande intensità e che sembrano al contempo contenere un invito a essere decifrati. Memorabile un montaggio alternato tra un primo piano maschile e i chiodi di una bara che vengono battuti.
Stesso anno, stesso paese, La montagna incantata di Aleksandr Dovzhenko, nella sezione “Il canone rivisitato”, consapevolmente sconnesso “cine-poema”-inno all'Ucraina amato da Pudovkin e Eisenstein. Il film percorre momenti distanti della storia ucraina e del suo popolo, con un anziano contadino come trait d'union. Dopo dei ralenti iniziali che non predispongono benissimo si dipana un film che, più a riconsiderarlo a freddo che durante la visione, ha delle buone carte. Suggestivo e magico (il vecchio che vuole scacciare il treno credendolo un serpentone), coi consueti volti inconfondibili marcati URSS, serrate immagini di panorami urbani e di lavoro verso la fine, così come uno scarto grottesco che risveglia (il conferenziere che annuncia il suo suicidio sul palco).
Tornando ai ritrovamenti, highlight della sezione “Riscoperte e restauri” di quest'anno è stato Les aventures de Robinson Crusoé di Georges Méliès, in una copia più lunga di quella conosciuta finora e colorata a mano. Breve e folgorante spettacolo d'altri tempi, pienamente mélièsiano nella struttura, con vivaci colori stesi rozzamente che “squillano” sullo schermo, accompagnato da un commento originale recitato dall'attore Paul McGann. Altro film ritrovato, ma sicuramente meno entusiasmante, il piano dramma con suspance olandese De Bertha, con la star Anna Bios, una macchina per intercettare i telegrammi e una nave che rischia di essere costretta a salpare in condizioni pericolose.
Chi scrive ama il cinema comico muto e ha scoperto con Hands Up!, titolato da noi La bionda o la bruna?, l'attore Raymond Griffith, qui nei panni di un soldato-agente sudista che deve sottrarre un carico d'oro destinato altrimenti a rimpinguare le casse di Lincoln. Quello di Griffith è, a differenza dei maggiori comici americani dell'epoca, un personaggio furbo, un dritto che sa (quasi) sempre cosa fare e come cavarsela, intelligente e non simpaticissimo. La farsa è leggermente discontinua ma spesso da levarsi il cappello per le trovate comiche e i frequenti, veloci capovolgimenti di situazione.
Il ricostruito da varie copie The Spanish Dancer di Herbert Brenon, ha animato la serata del 9 ottobre, grazie ad un accompagnamento di chitarre, percussioni e viola che ha fatto vibrare la sala. La pellicola, con Pola Negri gitana coinvolta in un intrigo di corte, Antonio Moreno nei panni di un Don Cesare di Bazan di lei infatuato e condannato a morte, Wallace Beery come re Filippo IV e Adolphe Menjou cortigiano intrigante, è assolutamente godibile e scorre armoniosa, anche se si conclude con un “volemosebbene” un po' discutibile.
L'Italia è stata rappresentata con Gli spazzacamini della Val d'Aosta, produzione sabauda Pasquali Film con regista e attori (Cimara, Darville) di fiducia e il piccolo attore di culto per pochi intimi Tonino Giolino. Film che dovrebbe avere velleità di denuncia sociale, ma che del lavoro del titolo mostra poco, prendendo forma in un dramma di affetti a lieto fine. Quasi dignitoso anche se ingenuo.
Della misteriosa casa tedesca Apollo-Film-GmbH si è visto The Secret Castle/Miss Clever versus the “Black Hand", detective story con una protagonista che si traveste da tutto: statua, scolaretta, adescatrice d'uomini, e in cui si stagliano due momenti che fan ridere la sala: quando tramortisce un maramaldo permettendogli di passare con voluttà il suo muso sui capelli precedentemente preparati con una fiala e quando, durante la scalata di una parete, viene... aiutata da alcuni agenti, con mani messe “strategicamente”.
Nel programma di cinema delle origini, due frammenti di Méliès, una colorata danza “del ventaglio” di Lumière, una nuova selezione dalla Corrick Collection: La peine du talion, da cui è tratta l'immagine scelta per quest'anno, un dramma della Edison con inseguimento e incidente stradale, una veduta italiana, un danneggiato L'enfant prodigue Film d'art Pathé, il cui inizio è tra le cose più malmesse mai viste su schermo. Il programma di comiche (degli anni 10) sulla figura della suocera ha visto passare sullo schermo, tra gli altri, il francese Lucien Cazalis nei panni di Jobard e Caza, in due comiche simili in cui, per spavento e per una zuffa, teme di aver ucciso la suocera, il solito esagitatissimo Polidor, Ernesto Vaser alle prese con una donna che non ne vuole sapere di lasciare (e lasciar giacere) due sposi insieme, e infine la maliziosa The Making over of Mother, in cui un genero mette gli occhi inconsapevolmente sulla suocera.
Segnalabile la ventina di minuti superstiti, perlopiù danneggiatissimi, di Affinities, commedia americana del 1923, perché tra i titoli recuperati pochi anni fa al New Zealand Film Archive e per la parentesi narrativa (in buone condizioni) sulle relazioni allargate tibetane, in cui ogni donna che sposa un marito, sposa anche i suoi fratelli. Per ultimo, il trascurabile Le petit nuage, breve film muto nuovo di Renée George, che folgorata dal lavoro come aiuto caposquadra elettricisti sul set di The Artist ha girato in bianco e nero questo primo episodio del suo progetto 7 short films about love. Un amore che nasce fra i tavoli di un caffé e prosegue in un surreale volo su Parigi. Visivamente lindo, ruffiano e abbastanza vuoto e inutile, lascia come ha trovati, anzi un poco infastiditi.
A.V.

In alto, un'immagine da The Spanish Dancer aka La gitana.

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